venerdì 27 dicembre 2024

Fuga di pensieri

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 Rieccomi. Sembro tornato dal fronte.

Devastato. Ma vivo. Vivo e un po' più forte di prima. Un po' più abituato, più capace di gestire certe situazioni. Le voci sembrano essersi placate. Sento giusto qualche pensiero ogni tanto ma ci sta. Deve essere la terapia nuova che mi fa dormire meglio, meno agitato. Questo Natale lo passerò con la mia famiglia e con Nadia. Ma soprattutto un po' più tranquillo e fuori da quello stanzino in coppia con chissà chi dove fino a qualche giorno fa mi volevo rinchiudere e far gettare nel Tevere la chiave. Sono più o meno soddisfatto. I rapporti con i miei sembrano leggermente cambiati a parte con mia nonna che già lo sapete. Lo so. Sto scrivendo a caso, senza un filo logico ma alla fine penso che è quello che ho sempre fatto...e che il filo logico volendo si trova...leggete bene tra una riga e l'altra...non le parole...gli spazi.

Inguaribilmente vostro

Buio Totale

Ufo a Natale!

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Benrapiti e benrapite a tutte e tutti dal vostro vittima di abduction Fantozzi ragionier Ugo! Oggi ho una sola pallida idea, ebbene sì intendo parlarvi di ufo, e nello specifico di ufo a Natale, perché pare che proprio a ridosso delle festività natalizie si siano moltiplicati gli avvistamenti ufo in America e anche in Europa. Alcune televisioni americane ne hanno parlato, ma le tv italiane hanno preferito ignorare l'argomento, come al solito. Invece sui social, in particolare su tik tok, gli avvistamenti hanno imperversato per alcuni giorni e in particolare mi ha colpito un video che riprendeva il cielo notturno sopra Napoli, in questo video si vedevano abbastanza bene delle navicelle di medie dimensioni con visibile un sistema di propulsione dal quale usciva una luce bluastra. Ah già, non vi ho fatto la solita premessa, anzi la solita domanda che si fa in questi casi, credete agli ufo? Perché di solito c'è chi non ci crede a priori, e c'è anche però chi ci crede in senso religioso. Io posso ripetere che pensare di essere il solo pianeta abitato in tutto l'universo, è un'idea davvero triste triste. Anzi vi direi che in realtà l'universo pullula di vita, con stelle e pianeti abitati, per ogni puntino luminoso chissà quanti pianeti ci possono essere, che stanno in situazioni simili alla nostra... Per tornare al problema dei sistemi di propulsione degli ufo, perché la domanda più frequente è come fanno a volare, vi dico che di sicuro civiltà più avanzate della nostra conoscono bene i segreti dell'energia, hanno insomma a disposizione una vera e propria scienza dell'energia, che vuol dire avere energia illimitata e gratuita per tutti! Io a questo proposito avrei qualcosa da dire, perché ad un certo punto, nelle mie ricerche sulla musica, mi sono imbattuto in una serie di accordi a quattro note (18 accordi per la precisione), che differiscono l'uno dall'altro per 2 note su 4, e questi accordi si trovano mettendo a paragone il sistema delle 16 note con quello delle 12 note, in particolare la scala delle 9 note si ripercuote sulla scala delle 7 note... Ho suonato questi accordi una sola volta per soli 20 minuti, e mi sono così riempito di energia che non sono riuscito a dormire per una settimana!

Fantozzi ragionier Ugo

Cuori natalizi


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L'ultima volta il vostro nonnino ha scritto della morte di
Babbo Natale. 
Babbo Natale non c'è più (consoliamoci con la Babba).
Ma lo spirito del Natale e soprattutto il bisogno del Natale
è più vivo che mai. Forse perché siamo uomini pieni di 
bisogni da soddisfare, o meglio che credono di avere chi più,
chi meno, una marea(sfilza) di bisogni che cerchiamo di 
soddisfare, ma con scarso appagamento.
Spesso ci scordiamo che abbiamo un cuore oltre lo stomaco e 
la pancia.
Sembra incredibile ma è così!!! E il Natale serve a 
ricordarci anche e soprattutto questo. Il Natale non è solo 
una festa Cristiana, la nascita di Gesù, ma è la festa del 
nostro cuore dove tutti noi ci ricordiamo di essere persone,
umani tra gli umani, in cui condividiamo la compagnia 
dell'Altro e degli altri (Lacan esci da questo Corpo! 
vade retro). E questo per il Natale, che ormai è passato, 
ma siccome non ci siamo fatti gli auguri ne approfitto per 
farveli oggi; auguri di Buon Natale e di Buon Anno Nuovo.

P.S. E se questo non basta a convincervi, fatelo perché ve 
lo chiede il vostro nonnino. perché come diceva un folle 
(e si sa i folli hanno sempre ragione) :
un uomo è felice quando scopre dentro di sé nel profondo 
della sua anima, l'Altro se stesso, e trova accanto a se, 
gli altri. Finalmente non sei più solo. 


nonno Elpho

Analisi del gioco del calcio

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Il gioco del calcio, il gioco con la palla, con la pelota direbbero gli Ispanici. E' uno degli sport più popolari, spettacolari ed affascinanti.  E' uno sport collettivo e contestualmente individuale. Nacque in Inghilterra, per poi diffondersi in tutto il mondo. Sono coinvolte molte facoltà intellettive. Il ragionamento, la concentrazione, l'astuzia, l'istinto, la creatività, la velocità di trasmissione degli impulsi dal cervello ai movimenti del corpo, la capacità di capire in una frazione di secondo i movimenti del pallone: quando, come e dove toccarlo, il tempismo, il gioco di prima, di seconda, il tocco di piatto, di interno, di esterno, di punta, con il collo del piede, di testa, quando, come e dove indirizzare il pallone, quanta energia imprimergli ed infine la capacità di valutazione dei movimenti e delle distanze del pallone, dei giocatori della propria squadra, dei giocatori avversari. 


C'è tutto: la tecnica, la tattica, le abilità fisiche, la spettacolarità, la deontologia sportiva, il coraggio. 

C'è la tecnica: lo stop, il palleggio, il passaggio, il fraseggio, il dribbling, il tunnel, il colpo di testa, il colpo di tacco, il tackle, la scivolata, il tiro in porta rasoterra, al volo, in diagonale, il pallonetto, il cucchiaio, la rovesciata, i calci piazzati su rigore, su punizione, dal calcio d'angolo, il tocco di eleganza, padronanza, esperienza.

C'è la tattica: i ruoli con la loro interscambiabilità, i moduli, gli schemi, gli automatismi, il pressing, le ripartenze, il contropiede, i movimenti senza palla, le sovrapposizioni.

Ci sono le abilità fisiche: la forza, la velocità, la resistenza, la grinta, l'imponenza, l'agilità, la coordinazione, la decisione, la determinazione.

C'è la spettacolarità: quell 'esultanza dopo il gol o dopo una prodezza: quell'evasione, quello scarico dall' alta tensione, quella gioia incontenibile che esplode ne più disparati modi: si corre, si grida, ci si toglie la maglietta, si balla, ci si abbraccia, si va a salutare il pubblico. Inoltre, la spettacolarità e' percepibile non solo in campo ma anche sugli spalti: il colore, la coreografia, la vivacità del pubblico, della tifoseria. 

C'è  la deontologia sportiva: la correttezza, la lealtà, lo spirito di squadra, le strette di mano, lo scambio di maglia, gli applausi.

C'è però, infine, anche l'aspetto del coraggio connesso all' alto rischio cui si va incontro. Il rischio di infortuni, gli scontri fisici, il rischio di grave affaticamento, la sfida alle intemperie ambientali come il freddo gelido, il caldo torrido, la pioggia, la neve; ed infine la difficoltà di essere personaggi pubblici, famosi, noti, conosciuti.

Il movimento di denaro, affari e pubblicità secondo me e' giustificato.


Nel gioco del calcio c'è tutto .
Ma ora usciamo da quel combattimento intelligente, dalla rete che si gonfia, dal profumo dell'erba, per tornare a un gioco diverso, più difficile, più importante: il gioco della vita .

Tigrotto 75

CARAVAGGIO


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Il 18 dicembre 2024 sono stato a vedere un quadro inedito di Caravaggio a palazzo barberini con il centro diurno e devo dire che è valsa la pena vedere le sale del palazzo. Palazzo Barberini, un esempio straordinario di architettura barocca, fu commissionato da Papa Urbano VIII della famiglia Barberini nel XVII secolo. Il palazzo fu progettato da tre degli architetti più rinomati dell’epoca: Carlo Maderno, Francesco Borromini e Gian Lorenzo Bernini. Ognuno ha contribuito in modo unico alla struttura, risultando in una fusione armoniosa di brillantezza architettonica. Camminando per i suoi corridoi, si incontrano capolavori di Caravaggio, Raffaello e molti altri. Si possono ammirare grandi capolavori, come la Fornarina di Raffaello, La Giuditta che taglia la testa ad Oloferne e il Narciso di Caravaggio, il ritratto di Beatrice Cenci di Guido Reni, il Bronzino che ha fatto il ritratto al condottiero Stefano IV Colonna, luogotenente di casa Medici che si distinse per la difesa di papa Clemente VII durante il Sacco di Roma del 1527. Sono rimasto colpito dal soffitto del salone di Pietro da Cortona. L’affresco fu realizzato in sette anni da Pietro da Cortona e allievi tra il 1632 e il 1639. L’immensa composizione celebra il potere spirituale e politico dei Barberini, attraverso una miriade di personaggi, più di cento, inseriti in uno spazio aperto, dilatato all’infinito, che supera i limiti imposti dall’architettura. Al centro siede, su un trono di nubi, la Divina Provvidenza che impugnando lo scettro comanda alla Fama di incoronare lo stemma della famiglia Barberini. Nei riquadri laterali, si affrontano volta a volta due principi contrapposti, i vizi e le virtù, il bene e il male: Minerva atterra i giganti, la Teologia e la Religione tengono lontane la lascivia e la dissolutezza, Ercole scaccia le avide Arpie, il Buongoverno bandisce la guerra e garantisce la pace. L’affresco è uno dei più precoci e compiuti esempi della pittura barocca. Per la prima volta, viene esposto al pubblico il Ritratto di monsignor Maffeo Barberini, attribuito a Caravaggio, che, dopo secoli trascorsi in collezioni private, sarà visibile nella suggestiva Sala Paesaggi del museo. Maffeo Barberini , futuro papa Urbano VIII, fu uno dei cardinali più influenti del XVII secolo. Figura affascinante, destinato a essere ricordato come un grande sostenitore delle arti e della cultura durante il suo pontificato. Caravaggio raffigura il monsignore nei suoi trent’anni, indossa una beretta e un abito scuro. La scena infatti, priva di elementi decorativi si concentra sulla personalità del soggetto amplificata dal gioco di luci e ombre tipico del pittore. Un ritratto parlante, in grado di creare intimità con lo spettatore. Un’opera fondamentale per la produzione del maestro, che si contraddistingue per la sua intensità psicologica e la raffinatezza tecnica.


Blue jacket

venerdì 13 dicembre 2024

Nullandia oppure ...




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In una città fredda e piovosa del paese di Nullandia, si trovava un grande casato con un portone verde. In questo edificio abitava il protagonista della nostra storia, un uomo molto anziano dai capelli radi , color sale e pepe, più sale che pepe. Il viso era lungo e la mascella prominente. Gli occhi erano chiari, un celeste sbiadito, e le orecchie grandi. Era un uomo alto, allampanato, magro e un pochino gobbo. Aveva piedi e mani grandi e forti e le unghie lunghe e curate. Era sempre vestito con abiti fatti su misura e indossava un orologio d'oro e vari anelli anch'essi d'oro, ma solo sulla mano sinistra . Era, eh si, perché il protagonista di questa storia non c'è più è stato colto da infarto mentre si trovava in bagno, sopra la tazza del wc . Una morte improvvisa e inaspettata. Sbrigate le formalità di rito e fatto il funerale, tutti i parenti si erano ritrovati dall' avvocato, un vecchio amico di famiglia, che aveva redatto le ultime volontà del defunto. Arrivati tutti, l'avvocato iniziò a leggere:" io sottoscritto, etc, etc , ho disposto che tutti i miei beni siano venduti, e tutto il mio denaro venga seppellito insieme a me. Perché non voglio separarmi da ciò che amo di più. In fede... Babbo Natale".


P. S. Aimé, cari lettori, come avrete già capito Babbo Natale non c'è più!!! E non avremmo più neanche i regali! Comunque cari lettori Gesù bambino nascerà come sempre la notte del 24 dicembre.
Nonno Elpho

Il bruco Filippo - Episodio 1

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Filippo è un bruchino solitario. Il corpo di colore verde, ma un verde chiaro, un po' sbiadito, ma con due lunghissime antenne rosse e nere. Non ama per niente stare con altri bruchi della sua specie. E nemmeno con bruchi di altre specie. Nelle poche volte che gli capita, in occasioni speciali, lui preferisce però frequentare altre specie di insetti, meno simili a lui. Questo perché, quando era molto piccolo, un piccolo bruchino lungo solamente un paio di centimetri e viveva ancora con la sua famiglia, aveva avuto delle brutte esperienze con i suoi simili. Infatti alcuni bruchi più grandi e più forti di lui, lo prendevano sempre di mira, facendogli tanti dispetti ogni volta che lo incontravano nei campi dove Filippo era solito andare a giocare e a cercare qualche fogliolina verde e saporita da sgranocchiare. Gliene combinavano di tutti i colori. Si divertivano a stuzzicarlo, a provocarlo e anche a punzecchiarlo con gli aghi di pino. Insomma, non avevano nessun rispetto per lui. Egli infatti temeva sempre di ritrovarseli davanti ogni volta che usciva di casa. C'era una cosa che però gli altri bruchi, grandi e grossi, invidiavano molto al loro simile, il piccolo e fragile bruco Filippo. Invidiavano molto le sue lunghissime antenne rosse e nere, le quali, alla luce del sole, quando esso si faceva largo tra le nuvole, con i suoi caldi raggi dorati, risplendevano di due colori sgargianti, come delle magnifiche perle, che soltanto pochissimi bruchi al mondo possedevano. E Filippo era uno dei pochi fortunati. Ed è proprio per questo che loro lo invidiavano. Un'invidia che li corrodeva da dentro e li portava anche, a volte, a compiere brutte azioni nei confronti di Filippo. Infatti, quando lo incontravano nei campi, il dispetto che amavano di più fargli, era quello di tirargli le antenne. Guarda un po'! E cercando di fargli anche male. Filippo allora cercava subito di scappar via, il più lontano possibile, e di non farsi più trovare. Ma gli altri bruchi, guidati dal bruco "Masso", il bruco più grosso di tutti, lo riacchiappavano sempre, perché, oltre a essere più grandi di lui, erano anche più veloci, e Filippo così era sempre costretto a subire le loro angherie. Ed erano loro anche a decidere quando e se lasciarlo andar via. Queste vicende, che Filippo odiava anche solo ricordare, lo avevano segnato profondamente, e le conseguenze di ciò se le portava dietro ancora oggi, che è un bruco cresciuto, ormai adulto, e che ha mantenuto quelle due magnifiche antenne che madre natura gli ha regalato, belle e splendenti come una volta.


White Cosmos

Franco Spina e l'alimentazione naturale / spirituale

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Buonmangiati e buonmangiate a tutte e tutti dal vostro indigeribile Fantozzi ragionier Ugo! Oggi vorrei parlarvi di un argomento un po' controverso ma interessante, un argomento che riguarda le nostre abitudini alimentari... Da qualche mese ho notato un signore che parla su tik tok che si chiama Franco Spina, che dice che le nostre abitudini alimentari sono pessime e sono praticamente tutte sbagliate, dice che la nostra convinzione di dover mangiare per forza tre volte al giorno è un'abitudine assurda e che in pratica noi non facciamo altro che autoavvelenarci da soli fin dalla nascita, che il cibo che mangiamo è pessimo, e che mangiare tre volte al giorno ci causa una continua produzione di feci, che incrostano le pareti del colon, e che invece ci sarebbe la possibilità di pulire il colon liberandolo da tutta questa cacca! Io per la verità da alcuni anni sono già avviato su un percorso di alimentazione alternativa, siccome mangio solo a cena, non faccio colazione e pranzo, eccezion fatta per caffè e cappuccino. La sera inoltre per cercare di non mangiare troppo bevo un litro di latte o aranciata. Tendo a non mangiare la carne, sono quasi vegetariano, e il quasi significa che ogni tanto faccio qualche strappo. In effetti esistono varie scuole di pensiero sull'alimentazione, ci sono i vegetariani, i vegani, e anche i fruttariani, quelli che mangiano solo frutta, e un po' Franco Spina ne parla, quando dice che la frutta viene digerita direttamente nell'intestino tenue, se lo stomaco è libero. Ovviamente mi aspetto che le mie parole e soprattutto quelle di Franco Spina facciano saltare il cappello ai sostenitori della medicina ufficiale. Io per esempio sono stato definito come uno che pratica il digiuno intermittente, ma io da un po' di tempo sto bene così, non sono sottopeso, peso attualmente 75 kg, e rispetto a un paio di anni fa quando ero salito a 86 kg, mi sento molto più leggero, e anche un po' felice!


Fantozzi ragionier Ugo

LE ORIGINI DI BABBO NATALE




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Quando pensiamo al Natale, qual’è la prima cosa che viene in mente? Ovviamente, Babbo  Natale con il suo pancione, l’ abito rosso, e il sacco pieno di regali, che sulla slitta trainata dalle renne si cala dal camino, e entra nelle case per lasciare i doni sotto l’ albero. Il Santa Claus che tutti i bambini aspettano nella notte tra il 24 e il 25 dicembre. Le prime tracce di Babbo Natale risalgono ai tempi degli antichi greci: il primo portatore di doni sarebbe Poseidone, il dio dei mari. Sono, però, millenarie anche le leggende legate a Odino. I bambini ponevano i loro stivali vicino al caminetto, dopo averli riempiti di carote, paglia o zucchero da regalare al cavallo volante di Odino. Come ringraziamento, il dio riempiva gli stivaletti con regali o dolciumi. Questa tradizione attraversò l’oceano pacifico e arrivò nelle colonie olandesi degli Stati Uniti:è all’origine di quella che sussiste ancora oggi di appendere delle calze al caminetto nella notte di Natale, molto simile a quella in Italia per la notte dell’Epifania. Invece, le prime tracce cristiane, coincidono con San Nicola, considerato il protettore dei bambini. Era di origini germaniche, aveva una lunga barba, e indossava una tunica rossa. Fino a pochi decenni fa nei Paesi del Nord Europa, cioè Belgio, Olanda, Germania e Austria, Santa Claus indossava ancora la divisa da vescovo. L’origine del nome sarebbe olandese: “Santa Claus” da “Sinterklass” , ovvero San Nicola. Nel X secolo, il vescovo Nicola esortò i preti della sua diocesi a diffondere il cristianesimo anche nei luoghi in cui i bambini non avevano la possibilità di recarsi in chiesa. Suggerì di andare nelle case dei fedeli portando un regalo ai bambini. I sacerdoti, quindi, indossando un pesante soprabito rosso scuro e portando un sacco pieno di regali si incamminarono anche nelle terre più fredde e isolate, grazie ad alcune slitte trainate da cani. Babbo Natale come lo conosciamo oggi è una versione addolcita del santo, che in realtà era brusco e severo. La devozione per San Nicola è molto diffusa in 2 città italiane: Bari e Venezia. Il Babbo Natale come lo conosciamo oggi è molto più recente. Infatti, fino al XIX secolo era nella cultura anglosassone un omone anziano con una lunga barba bianca. Un ruolo fondamentale nella trasformazione di San Nicola in Babbo Natale spetta, però, a Clement Clarke Moore che nella famosa poesia dal titolo “A Visit from Saint Nicholas” rappresentò Santa Claus come grassoccio, con la barba bianca e vestito con abiti rossi ornati di pelliccia bianca. Nel testo Babbo Natale arriva su una slitta trainata da renne e porta un sacco pieno di doni sulle spalle.


Blue Jacket

venerdì 6 dicembre 2024

ARRIVEDERCI FRANCESCA




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Ieri è stata una giornata molto triste perché ho, abbiamo partecipato per l' ultima volta ad un laboratorio guidato da Francesca. Esattamente! Guidato! Perché lei per me è stata una guida. Una fantastica guida e una fantastica insegnante in un percorso lungo sei anni, iniziato con il laboratorio di "abilità sociali", in inglese "social skill training" nel lontano, ma non troppo, 2018.  Da allora io, in preda ad una forte ansia e a tante altre cose, che forse neanche io ho mai compreso a fondo, grazie a lei e con lei ho intrapreso un percorso di consapevolezza e di crescita incredibili, difficile anche da descrivere a parole, che mi ha permesso di arrivare fino ad oggi, a fare quello che faccio e ad essere ciò che sono oggi: un uomo consapevole e coraggioso; un uomo che non molla, che non si lascia spaventare e scoraggiare dalle insidie degli eventi e anzi, le utilizza come punto di partenza e stimolo per affrontarle e superarle, con tutti i mezzi che ha a disposizione, parte dei quali forniti e fatti scoprire da lei. Dovevo solo trovarli. Si erano nascosti bene ma io alla fine li ho scovati. E non erano neanche pochi; un uomo che piano piano, dopo un lungo periodo, passando attraverso terapie farmacologiche, sedute psicologiche (anche se mi piace di più chiamarle confronti), attività di laboratorio al centro diurno, attività esterne, corsi, e tanto tanto sport, mia personale passione, sta riuscendo a ricrearsi una vita, nel bene e nel male. E' importante per l' appunto che si accetti così come accade. Perché non si può fare altro. Non si possono controllare gli eventi e plasmarli come li vorremmo noi. A noi sta solamente prepararci ed organizzarci per affrontarli al meglio. Ma accettandoli ed accettando ciò che non va e ciò che riteniamo essere sbagliato, così come accade, perché la vita comunque non può fermarsi e finire soltanto perché succede qualcosa di brutto e che ci fa magari star male ma deve andare avanti. Anche le cose che vanno per il verso storto, quelle spiacevoli, comunque sono temporanee. Prima o poi hanno un termine naturale e noi, di nostro, con il nostro impegno e pazienza, possiamo accelerare questo processo. Sono un uomo che quindi dal buio, con infinita pazienza e dopo tanta sofferenza è stato capace di risollevarsi e di rinascere. 

Ecco, Francesca è dietro a tutto questo, lei mi ha guidato e accompagnato. Lei è stata sempre lì, accanto a me.

Per me, dopo tutto questo tempo, non è più una dottoressa. E' Francesca!!!

Arrivederci Francesca! Ti voglio bene! 

                                                                                                                                              White Cosmos

Fantasmi

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Quell'ombra sempre dietro di te, quel velo nero sulla tua testa che ti copre gli occhi...neri anch'essi ormai...spenti, cupi, bui, incapaci di vedere il bello anche nelle cose più colorate. Le ansie la notte, l'insonnia, il rifiuto per il cibo (o anche l'opposto) ma più di tutto quei dolori in mezzo al petto e quella voce in testa che ti urla di non farcela più, di farla finita. Ma la vergogna sarebbe troppo grande da sostenere e quindi tiri avanti, dolorante, senza neanche la forza per camminare, con quella voce martellante e i pensieri sempre più autodistruttivi che ti sommergono come sabbie mobili. PIACERE, IO MI CHIAMO DEPRESSIONE e sarò con te per sempre...anche se col tempo pian piano impareremo a convivere...

Indeprimibilmente vostro
BuioTotale

Le urla di un laziale nella notte a Grottarossa

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Bentifati e bentifate a tutte e tutti dal vostro tifosissimo (della Roma) Fantozzi ragionier Ugo! Oggi non ho uno straccio di idea, e allora vi voglio parlare di un curioso personaggio, un laziale che abita a Grottarossa, eh sì abita proprio a Grottarossa, non a "grottaceleste", e in effetti non è nemmeno "grottagiallorossa", e allora sono ammessi anche i lazialotti e quelli che tifano per altre squadre. Io tifo la Roma, ma sono poco rumoroso, quando la Roma segna un gol al massimo dico "Goool", e lo scrivo pure nella nostra chat di soli utenti, e la mia esultanza finisce lì, non è una gran cosa. Invece questo laziale, puntuale come il Big Ben, a ogni gol della Lazio lancia urla belluine che risuonano per tutto il quartiere, suscitando, immagino, l'ilarità generale degli abitanti. Queste urla le sente anche M. B. che abita di fronte a me, e ci ridiamo su nella chat insieme con White Cosmos e gli altri. Ma questo lazialotto mi sa tanto che è un urlatore solitario, perché il quartiere propende più per la Roma che per la Lazio. Infatti qualche anno fa, quando la Roma vinse la finale di Conference League, mi ricordo un urlo "Goool" collettivo al gol di Zaniolo... Io comunque tifo anche la nazionale, e anni fa quando ancora abitavo nella mia vecchia casa, mi sono lasciato andare pure io a urla di tifo, durante una combattutissima Italia-Olanda, una partita assurda, durante la quale l'Olanda aveva sempre il possesso del pallone e l'Italia si difendeva, ma alla fine vinse lo stesso. In quel frangente mi ricordo che Barbara D. che abitava al piano terra, rideva nel sentire le mie urla, così insomma un po' lo capisco questo lazialotto urlatore solitario nella notte. Anche io sono profondamente ammalato di tifo, e il brutto è che non cerco una cura, ma mi vado bene così, tifo giallorosso da una parte e azzurro per quanto riguarda la nazionale, ma in finale sogno il tiki taka, il calcio fantastico che mi piacerebbe veder realizzato, e forse prima o poi ci riuscirò!


Fantozzi ragionier Ugo

Pianerottolo, amico mio



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Qualcuno disse: "la vita è fatta a scale, chi le scende e chi le sale". Sarà pure vero, ma io ho sempre pensato che esiste pure chi sta sul pianerottolo. Anche il pianerottolo fa parte delle scale, anche se spesso viene ignorato o ci si scorda di lui. Quindi ho deciso di scrivere un pezzo dove si parla del pianerottolo. Eh già! D' altronde se non ne parlo io, chi mai ne parlerà? Il povero bistrattato pianerottolo, che viene calpestato continuamente da tutti coloro che salgono e scendono le scale, ma anche da chi usa l' ascensore. Il pianerottolo nonostante ciò, è sempre lì, lì nel mezzo, e non si lamenta mai. Viene spesso usato per appoggiarvi buste, prodotti, piante, mobili, e tutte quelle cose che dobbiamo portare su oppure giù. E lui sopporta tutti questi pesi senza fiatare, e nessuno lo ringrazia mai. Grazie pianerottolo, grazie per tutto!! Finalmente!! Era ora che qualcuno si accorgesse di lui, e desse al pianerottolo il giusto riconoscimento che gli spetta. Evviva il pianerottolo!! Evviva le scale! Ma sì, Evviva anche l' ascensore! Esageriamo!! Vabbè!!???

P.S. 
Se ci si applica, se non si demorde, se ci si prende cura degli altri, se si ama i nostri prossimi, prima o poi si trova sempre qualcuno, magari un folle, che ci ringrazia e che riconosce i nostri sforzi, il nostro amore e la nostra buona volontà. E finalmente si perde... l' invisibilità!!!!
Anche se si è solamente un pianerottolo.

Nonno Elpho

venerdì 29 novembre 2024

Er peccato origginale



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So d' accordo, so cugini e alcuni pure fratelli, non c' è dubbio.

So eruditi, so plutocrati, so... .

Ma non è mica colpa di nessuno, se loro so della lazio. 

Errare è umano e dare la colpa agli altri ancor di più!

Ma perseverare nell' errore è diabolico.

Tutto vero!! Cose sapute e risapute, ma il peccato origginale della lazio rimane.

Er peccato origginale è scritto nella storia. Infatti i "laziali" so nati prima dei "romanisti". Nel 1900 si riunirono dei dirigenti sportivi per scegliere il nome della nuova società di calcio della capitale. E loro dopo matura e ponderata riflessione scelsero il nome di lazio.

Eggià!!

Avevano una chance, la possibilità di chiamarsi roma! Invece no!! Niente!!!

Uno pensa: "Se so' sbajati?!"

Nun se ne so' accorti subbito, e poi era troppo tardi. 

Ma... 

Però...

Se so' pentiti???

E invece no!!

Hanno voluto chiamarsi così!!

Forse perché...

So laziali!!!


Nonno Elpho

Sasha



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Ieri, girando su internet, un articolo mi ha sconvolto.- Un articolo on-line di un quotidiano. Sono rimasto letteralmente inchiodato nella lettura di quelle pagine. Parlava di una cosa atroce, orribile per la brutalità della vicenda e altrettanto sconvolgente per la freddezza con la quale, superato un certo punto, quelle cose possono accadere. La mia mente, la mia morale, la mia umanità, mi dicevano di chiudere immediatamente quell' articolo e fare altro ma il mio istinto e la drammaticità di ciò che stavo leggendo invece mi dicevano di rimanere lì e continuare a leggere. 

Sasha, è un uomo di quarant' anni che vive in Ucraina. Per la precisione nel Donetsk, la regione attualmente più calda e invivibile dell' intera Ucraina, anche se di certo questo non è il luogo dove lui aveva sognato di vivere e di fare quello che fa. E' di stanza lì, nella regione di Donetsk, a Pokrovsk, dove ogni giorno, ininterrottamente, senza dar3e un attimo di respiro, i russi premono sulle linee di difesa ucraine, prendendo di mira e bombardando ogni cosa, senza curarsi di niente e di nessuno. 

Sasha è un tiratore scelto, un cecchino e per lavoro uccide le persone. E' uno dei migliori di cui dispone l' esercito ucraino e per questo è un uomo molto prezioso. Lui con la sua unità, sono fondamentali per portare avanti le battaglie contro l' invasore. Sono uomini super protetti e agiscono nell' ombra. Nessuno può permettersi di perderli e lo stesso Sasha non può rischiare di essere ucciso a sua volta. Il suo nome di battaglia è "Fantasma", perché lui è e agisce così, come un fantasma. Personalmente, lui, in diciassette mesi ha eliminato 147 russi e in totale la squadra, nello stesso periodo, ha superato i 1200. Lui ha un record personale. La distanza massima dalla quale è riuscito ad eliminare un russo è sul km e mezzo ma normalmente colpisce tra i 300 e i 500 metri. Le sue missioni durano circa 48 h e può rimanere appostato, immobile, per decine di ore. Il record assoluto lo ha però stabilito un suo commilitone, colpendo e freddando un russo dalla distanza di 3,8 km.

"Uccidere un nemico russo è come un normale lavoro. Non ho fretta, ho pazienza. Agisco come un fantasma. Mi assicuro che sia a tiro utile, prendo la mira e sparo. Il lavoro più pulito è finirlo con un colpo solo, preciso. Cerco di non farmi individuare e di non allontanarmi. Ripensamenti? Guai se ne avessi! Non so come andrà a finire!"

Io, che farei?


White Cosmos

STRADE ROMANE



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Le strade romane nell’antica Roma mettevano in comunicazione tutto l’impero. Furono gli Etruschi a insegnare ai Romani come costruire canali, acquedotti, ponti e strade perfettamente drenate. Gli etruschi, tuttavia, si erano limitati a costruire strade ben livellate, drenate e perfettamente levigate, ma sterrate. I Romani fecero un passo decisivo passo avanti: aggiunsero la pavimentazione. La tecnica era ben nota e in Medio Oriente era già impiegata da secoli, ma solo per brevi distanze e in località particolari. I Romani la utilizzarono per miglia e miglia su tutte le strade più importanti. A partire dal IV secolo a.C., la rete stradale romana si strutturò in lunghi percorsi destinati a raggiungere in età imperiale un’ area che oggi appartiene a circa 32 nazioni. In età imperiale, quando Roma raggiunse l’ apice della sua espansione territoriale, si avvertì l’ esigenza di costruire nuove strade. Ben presto non vi fu area che non fosse raggiunta da una via di comunicazione. I Romani consideravano le srade, oltre che un indispensabile strumento di commercio, un importante fattore di coesione politica e culturale. Le strade dell’antica Roma, dette “pretorie” o “consolari”, hanno contribuito allo sviluppo della civiltà romana in tutto il mondo. Le strade antiche di Roma costituiscono un’importante testimonianza di come l’ingegneria civile sia stata messa al servizio dell’Impero, consentendo a quest’ultimo di conquistare terre, dominare popoli e difendere i propri confini. Come erano fatte le strade dell’antica Roma ? Il sistema alla base della costruzione delle strade romane si rivela piuttosto complesso. Il primo passo era quello di definire i margini e scavare in profondità la terra adibita a carreggiata. All’interno di questo scavo venivano posti quattro strati di materiali diversi. Da qui il nome tecnico “via strata” da cui ha origine il termine italiano “strada”. Le “viae” erano le strade che collegavano Roma con altre città, mentre le strade che si inserivano nel contesto urbano venivano chiamate “strate”. La costruzione delle strade, motivata principalmente da scopi militari e poi anche di comunicazione e commerciali, si rifaceva a tecniche che sono note grazie ad alcune testimonianze letterarie, come per esempio gli scritti dello poeta Livio, ma anche grazie allo studio delle opere stesse. Gli strati erano quattro: lo “statumen”, una base massiccia, composta da blocchi alti almeno 30 cm, la “ruderatio”, fatta di pietre tondeggianti legate con calce, il nucleus, uno strato di ghiaia livellato con dei cilindri, Infine il quarto strato, ossia il rivestimento, era costituito dal pavimentum, fatto di grossi massi di pietra basaltica dura, un materiale praticamente indistruttibile. Ai bordi delle strade trovavano posto le pietre miliari, ossia delle colonne che segnalavano la distanza in miglia, l’unità di misura adottata dai romani.


Blue Jacket

venerdì 22 novembre 2024

0 tituli

 


Buongiorno a tutti e tutte dal vostro "puffetto viola" Buio Totale. Quest'oggi in mancanza di grandi idee vorrei parlarvi dell'ambiente che frequento di più. Quasi più del centro diurno. Le chat. E degli effetti che hanno sulle persone. Innanzitutto ci sono due modi di usare le chat. Uno sano, parlando di vari argomenti (anche seri), per poi sfociare nella carrellata del secolo e buttarla sul ridere (senza giudizi). E uno malato. Entrando solo per giudicare, deridere, bullizzare e affondare l'altro, solo per mancanza di autostima. E allora che si fa? Si prevalicano le altre persone spesso in pubblico, facendo gruppo così da colpire il malcapitato nel profondo. Troppo nel profondo. Talmente tanto a fondo da fargli pensare che è lui quello sbagliato, quello strano magari perché vagamente effemminato o un po' più riservato degli altri. E così facendo, spesso, troppo spesso, non va a finire bene. Io vi posso dire, per la mia breve esperienza (17 anni più o meno), che ho incontrato un po' di tutto. Mi hanno deriso, mi hanno bullizzato, mi hanno schiacciato magari per una foto col ciuffo biondo platino o perché la mia anarchia interiore prevaleva su di loro (gente che ora è stata spedita a honolulu prima di subito), però al momento ho trovato...diciamo..."parole" che come me usano questo mezzo in modo molto sano. E che ancora (e spero anche per lungo tempo) mi fanno vivere là dentro serenamente. A differenza di quei decerebrati che portano ragazzi di 15 anni anche a compiere "l'insano gesto".

Inchattabilmente vostro 

Buio Totale

Folletto soletto


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C'era una volta un piccolo folletto, che viveva in caverne e boschi inaccessibili . Raramente usciva dai luoghi dove viveva per andare a visitare il resto del mondo . Questo folletto era molto pauroso e titubante, e solitamente non si faceva vedere degli altri e inoltre non aveva piacere a stare insieme agli altri, e gli altri non avevano piacere a stare insieme a lui. Eh già ! Perché il nostro folletto era pieno di problemi, e soffriva terribilmente e pensava e credeva di essere l'unico a soffrire. Era sempre cupo, grigio, mesto, lugubre, avvilito, sconsolato, tetro, insomma un folletto deprimente oltre che depresso. La solitudine era la sua unica compagnia, e a volte il nostro folletto ci discuteva animatamente, ma non riusciva mai a spuntarla. Ma un giorno non andò più a trovarlo neanche lei e il nostro folletto non uscì più, e rimase sempre al letto e... nessuno lo vide mai più. P.S. La solitudine ha come padre Thanatos ( la Morte)e come madre Moria( la Pazzia). Dalla morte non si può tornare indietro! Dalla pazzia si può tornare indietro, ma chi è tornato non lo ha mai visto né incontrato nessuno.
Nonno Elpho

Senza titolo

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Non arriva improvvisa come una grandinata di fine estate. È più come il lento incedere dell'autunno, ogni giorno impercettibilmente più freddo del precedente, fino alla prima, vera sferzata gelida, quando ti accorgi di essere lì fuori in abiti inadeguati. 
Alzi lo sguardo sul ciliegio davanti a casa e realizzi che è completamente spoglio, anche se è da tempo che ne vedi le foglie in terra. E il cerchio ti si chiude intorno, la noia di Emiliano è anche la tua, le maschere di cui parla Gianluca le hai ormai esaurite tutte. E il folletto di Elpidio, beh, quello sei proprio tu....

Il piccolo Lebowsky

Livido sul cuore

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Ho appoggiato io l'orecchio

tra un silenzio e l'altro,

sul caldo del tuo seno

bianco e colmo.

Con qualche capello insorto, che mi pizzicava il volto,

e la luce del giorno appresso, che zigzagando,

si infiltrava fra le piante in mostra sul davanzale nostro.

C’era un odore di pelle e coperte, che mi diventava ricordo

e si riproponeva più verace e complesso, ad ogni respiro profondo.

Era come un linguaggio di corpo, come un mimo del sogno:

che mi guidava in quel mondo che stavi sognando.

Credo di avervi visto spavento, Madre… Mi sbaglio?

Inseguimento, sgomento;

la violenza d’un mostro, come un bambino soltanto può intenderlo al mondo…

E mi spiace d’averti svegliato, di colpo,

bagnata di singhiozzo, e ricoperta di pianto.

Dove il mio volto ora lasciava soltanto un livido

rosso, e profondo,

sul caldo del tuo seno, bianco.

Solo lì, tra un silenzio e l'altro,

Sappi che io prestavo, e presterò, sempre,

l’orecchio, al tuo pianto nascosto,

e inespresso.


iononquadro

Zucca, funghi, castagne. L'autunno arriva in tavola

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Zucca, funghi, castagne, polenta. E poi cachi, melograni. carciofi, uva, e tanto, tanto altro. Questo è il meglio di ciò che possiamo trovare ed utilizzare nella stagione autunnale che sembra essere finalmente arrivata dopo un lungo periodo di caldo anomalo. Meravigliosi prodotti che la natura ci mette a disposizione nella stagione fredda dopo tanti sacrifici da parte nostra che lavoriamo la terra e da parte sua dal momento che noi la sfruttiamo al massimo per ottenere e portare in tavola ciò che di più buono può darci. E proprio per il fatto che tali prodotti nascono e crescono col il freddo, sono ricchi di nutrienti essenziali, come per esempio vitamine e minerali che ci permettono di combattere le prime influenze causate da virus che attaccano il nostro organismo, trovato un po' fuori allenamento dopo l'estate, stagione in cui rischi di prendersi virus influenzali ce ne sono ben pochi. E inoltre sono cibi anche mediamente più calorici, sempre per motivi simili e riconducibili alla questione del freddo. Per affrontare le basse temperature infatti abbiamo bisogno di avere riserve di energie, quindi di calorie, sempre con l'obiettivo di preservare e proteggere il nostro corpo, quindi noi stessi, durante l'inverno. Durante il corso di questa stagione, a differenza di quella estiva, il rischio è più elevato e non per niente piacevole, anche se tutto poi normalmente passa se siamo sani e forti. 

Ma parliamo adesso di un argomento più piacevole per tutti: la tavola!

Chi non sogna mai, soprattutto d'inverno, di tornare a casa la sera, magari dopo il lavoro o dopo un allenamento in palestra, super affamato, con lo stomaco che parla, anzi ti supplica di fare presto per trovarsi di fronte ad una calda pietanza fumante? Io penso sinceramente sia il pensiero che abbiamo tutti in quei momenti. Momenti che però non iniziano solo quando smetti di lavorare o di fare qualche cosa, a ridosso della cena, ma molto molto prima. Diciamo, che dire... Alle 4 del pomeriggio? Momento tragico, perché da allora in poi diventa veramente difficile concentrarsi su qualunque altra cosa che non sia il CIBOOO!!!

Ma veniamo adesso ad alcuni consigli di cucina.

Quale modo migliore c'è di cucinare la zucca se non in forno? Ad esempio in una bella torta salata, magari insieme con funghi e patate ed arricchita con prezzemolo, curcuma e pepe. E una volta che la tiri fuori bella fumante, la vedi lì con quella dorata e croccante crosticina saporita più che mai. Sublime! Oppure una bella polenta con una crema di zucca sopra, sempre adeguatamente insaporita con del gorgonzola per guarnire il tutto. O a freddo, in un'insalata con cubettoni di zucca e feta greca con della salsa yogurt o della salsa tzatzichi, bella agliosa. O per darle invece un tocco mediorientale, arabeggiante, un gustosissimo humus di zucca, appunto con la zucca al posto dei ceci. Perfetto come antipasto o come aperitivo insieme a crostini di pane o striscioline di focaccia e conquisterete ogni vostro ospite. E in ultimo la zucca in pastella. Fatta a fettine con una pastella a base di acqua, farina, parmigiano e prezzemolo e fritta. Quello che uscirà sarà un prodotto di una fragranza ed un sapore unici ed inimitabili.


White Cosmos

venerdì 15 novembre 2024

L 'abitudine come concetto biologico, sociale - giuridico e psicologico.

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Mi e' passato per la mente di esaminare brevemente il concetto di abitudine. L 'abitudine costituisce il momento, il passo successivo rispetto all 'adattamento al cambiamento, all 'innovazione. La vita puo' cambiare a livello personale, sociale, politico, economico, giuridico, in modo interno o esterno, positivo o negativo, evolutivo o involutivo. Cosa accade? si affronta la modificazione e, mediante meccanismi sia consapevoli che inconsapevoli, ci si adatta e, mantenendo costante l 'adattamento, ci si abitua. Nel modo biologico esistono esempi concreti suggestivi; ad esempio il camaleonte, o alcuni insetti come la cavalletta o la mantide religiosa, che cambiano di colore corporeo e si mimetizzano, per adattarsi all ' ambiente circostante allo scopo di affinare ed utilizzare le proprie strategie di attacco e difesa finalizzate alla sopravvivenza. Che fanno quindi? Si adattano e mantenendo costante l'adattamento , si abituano. Nel campo e nel settore giuridico, addirittura, l' abitudine costituisce la terza fonte del diritto. Si chiama consuetudine e consiste nel mantenimento, uniformemente e costantemente tenuto, di un determinato comportamento, da parte di un insieme, di una comunita' di consociati, per un determinato periodo di tempo, accompagnato dalla opinio iuris ac necessitatis, che consiste nella convinzione che quel comportamento crei diritto. L' abitudine, quindi, o consuetudine, crea norme giuridicamente rilevanti. Abituarsi, quindi, e' fondamentale per affrontare la vita. L' abitudinei crea sicurezza, capacita' di avere sotto controllo e padronanza la propria vita. D'altro canto, tuttavia, potrebbe determinare, se viene meno la flessibilita' al momento opportuno, immobilismo, rigidita', staticita,' ed incapacità di uscire dalle situazioni. E' un'arma a doppio taglio da non sottovalutare anche sul piano psicologico.


Tigrotto 75.

La fiaba di nonno Elpho o la fiaba del folle

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Un giorno, un vecchio Elpho, che passeggiava sul limitare del bosco, vide una piccola costruzione fatta a forma di fungo da dove venivano strani rumori metallici. Il vecchio Elpho che era curioso come una scimmia, si avvicinò all'edificio e bussò al portone. Nessuno venne ad aprire ma l'Elpho, che era molto caparbio, continuò a bussare, ancora e ancora, ma nessuno veniva ad aprire. Eppure sentiva i rumori metallici che provenivano dall'interno. Quindi doveva esserci qualcuno. Stufo di bussare se ne tornò a casa a riposare. La mattina dopo di buon ora decise di tornare, bussò ancora, e ancora, e ancora, e così per 7 giorni. Dopo 7 giorni che bussava imperterrito al portone, provò ad aprirlo ed incredibilmente il portone si aprì. E allora il vecchio Elpho che si chiamava Hell Matusa sporse il suo testone per dare un'occhiata, ma non vide nulla perché era buio e non sentiva nessun rumore, improvvisamente i suoni metallici erano cessati. Gli tremavano le ginocchia dalla paura, ma si fece coraggio e varcò la soglia, fece qualche metro ma non riusciva a vedere nulla: era troppo buio, cercava la strada a tentoni ma non riusciva a toccare con le sue mani nient'altro che aria; fece un altro passo e andò a sbattere la gamba contro qualcosa e urlò per il dolore e per la paura che lo attanagliavano. Aiaaiaia! Che botta! Aveva urtato contro qualcosa di duro e freddo, o così gli sembrava, perché non riusciva a vedere un tubo. Dopo qualche secondo di sconcerto Matusa si imbatté in una porta, o qualcosa di simile, dopo 10 min di smanettamenti cercando una maniglia da aprire, riuscì ad aprirla. Fu inondato da una luce accecante e si ritrovò in un lungo corridoio pieno di porte, sia a destra che a sinistra. Ne aprì una e si ritrovò in una piccola stanza con delle catene ai muri. Alle catene erano incatenati delle virgole e dei punti, e così via e quando alzò gli occhi sul soffitto vi trovò la scritta "Errori di punteggiatura", iniziò a girargli la testa. Matusa fu colto da un attacco di ansia e vedendo una porta a portata di mano l'aprì e si ritrovò in un'altra stanza che aveva sempre delle catene. Ma questa volta alle catene c'erano dei numeri e sul soffitto c'era scritto "Errori di aritmetica". Urlò "aiuto!", e scappò via correndo. Aprì un'altra porta e si ritrovò in un'altra stanza con sempre le catene ai muri e incatenati c'erano dei pensieri, sul soffitto c'era scritto "Errori di logica". All'improvviso il povero Matusa cadde svenuto. Dopo molto tempo si risvegliò, si alzò e si guardò intorno. Si trovava nel bosco, c'era il sole e tutto sembrava "normale", ma non vedeva più nessuna costruzione, né edificio, c'erano solo alberi, alberi, alberi!!! Cari lettori non so quale sia il senso di questo articolo, né perché l'ho scritto, ma forse è solo un errore. 

nonno Elpho

Se non rimango a piedi.....Venom

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Buongiorno a tutti dal vostro inmarvellabile Buio Totale. Quest'oggi vi parlerò dell'ultimo film Marvel "Venom the last dance" ultimo film della trilogia sull'alieno firmato Marvel. Allora....(ora tiro fuori il mio lato sgarbiniano)...Venom la prima volta nasce come antagonista di Spider Man (sempre nell'ultimo film della trilogia), per poi approdare sugli schermi come protagonista. Cattivo. Nero. Che poi alla fine tanto cattivo non si rivela visto che si sacrifica per salvare la vita dell'umano di cui si era impossessato. Ora veniamo ai commenti (ecco il peggior Vittorio Sgarbi che è in me). Effetti sonori, grafica, animazione da paura. Specie nelle scene più....come dire....concitate. Di trama scarseggiava un po'. Un po' come tutti gli ultimi film Marvel. Da antman in poi. Però tutto sommato molto bello. Voto 8 e mezzo.

Sempre vostro Marvelluio Totale.

Politica e salute mentale 2.0


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Benarrivati e benarrivate a tutte e tutti dal vostro improcrastinabile Fantozzi ragionier Ugo! Oggi come mi capita spesso, le idee sono poche e allora mi viene in mente che questo mercoledì al laboratorio di sceneggiatura abbiamo visto insieme e commentato un interessante filmato dal titolo "follia e potere". Il filmato era una carrellata di discorsi recenti dei potenti del mondo, iniziava con la lettura della lettera di Zelensky a Sanremo 2023, poi c'era Putin, Netanyahu, Trump e per finire in bellezza anche il dittatore nordcoreano Kim Jong Un. Che fossero dittatori o presidenti democratici la sostanza del loro discorso non cambiava: tutti volevano vincere guerre, prevalere sugli avversari, rendere gli Stati Uniti ancora una volta grandi, e soprattutto salvare cani e gatti dalle mire fameliche degli immigrati. Abbiamo dibattuto a lungo dopo aver visto questo video, che forse verrà integrato nel nostro prossimo documentario, abbiamo dibattuto se questi personaggi così potenti e dotati di grandi responsabilità siano da considerarsi normali oppure folli. Io ho osservato che, cercando di andare oltre la solita dicotomia normale/folle, avevamo assistito a una serie di persone normali che fanno discorsi folli. E questo commento mi riporta a pensare a tutte le persone comuni, normali, che supportano questi potenti, che sono la loro base di massa. Per esempio qui in Italia, in Europa, tanti anche a sinistra purtroppo, sono d'accordo con inviare armi in Ucraina e continuare questa guerra per procura che va avanti da due anni e mezzo. La narrazione secondo la quale è la Russia che ha aggredito e che è giusto difendersi può tranquillamente continuare all'infinito in assenza di spiegazioni migliori. Insomma il popolo per il momento, anzi i popoli, supportano i loro leader e l'uomo comune, democratico, che fa il tifo per la propria nazione (nazionalismo), o il proprio continente (continentalismo) passa per essere normale e ben integrato nella società. Ma io a questo punto mi chiederei: non è invece forse sintomo di normalità e buon senso desiderare un mondo libero, senza stati nazionali e/o continentali, e senza classi sociali di qualunque tipo? 


Fantozzi ragionier Ugo

Sport e salute


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Saluti dal Maestro Jedi. Quest'oggi vorrei parlarvi di come lo sport può migliorare la nostra vita. Io per esempio grazie al centro diurno sono venuto a conoscenza di un'associazione di volontari che organizzano partite di calcio e calciotto al Parioli Sporting Club gratuitamente. A cui partecipano ragazzi anche da altre comunità o centri diurni. Ho giocato con loro più o meno un anno. C'era allo stesso tempo competizione ma molta inclusività. Ogni fine partita mi sentivo benissimo. Purtroppo a giugno scorso ho avuto un brutto infortunio e ho dovuto smettere. Non riuscivo neanche a camminare e tuttora ho molte difficoltà e provo dolore. Facendo una visita ortopedica ho scoperto di avere una malformazione alle ginocchia, così devo stare fermo. Se avete curiosità vi consiglio di fare attività fisica, non ve ne pentirete.


Maestro Jedi

La Noia


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Era in un principio di pomeriggio, o forse solo ad un certo punto di esso, che la noia e un sole spento (e incerto) si stiracchiavano sul vettore stanco del mio tempo.

Una noia tutt’altro che noiosa, però; o comunque, l’era solo al primo sguardo. Perché solo in quel pomeriggio che scivolava lento, in un tramonto rosa fiocco, poteva sembrare questa cosa… una cosa fastidiosa al mondo. Anzi era una cosa consueta, conosciuta e soprattutto così foriera di idee non ancora in concreto, ma in qualche modo sul bordo del precipizio del fare, che io in quel pomeriggio mi guardavo questa noia, con l’occhio pendulo, e le idee… però: meravigliate. Le idee annoiate all’inverosimile, le idee faticose. Che pensarle è un atto ginnico, uno slancio di belle atlete tornite. Idee sempre tra il voler scendere e il non voler scendere alla nostra valle delle cose… Insomma venire o non venire, fra le cose nostre vere, comparire come nostre lampadine sulle nostre teste sconsolate, ma desiderose anche solo di qualcosa che non sia lo sciabordio di questo tramonto d’una vita, senza fare.

Queste idee talvolta le chiamiamo l’ispirazione, la creazione, il genio. Altre volte solo fughe da un’impaccio millenario. Magari in un pomeriggio, giusto per ridondanza, da indicare come “solo noioso e basta”, ma anche sornione, furbo e lesto. Insomma il tipico pomeriggio che farà forse la storia del nostro piccolo mondo con un guizzo di genio, oppure rivoluzionerà solo il nostro salotto, con l’idea di un nuovo divanetto.

Mi agiravo per la casa, mi agitavo e sonnecchiavo, aprivo un libro e lo chiudevo. Mi stiracchiavo… abbondantemente solo, anche se non solo in senso umano, in un senso più ontologico/divino. Come può sentirsi solo un Dio, a cui non è venuto in mente l’uomo.

Silenziso mangiucchiavo, qualche snack dolce o salato, e mi ascoltavo vecchie canzoni che in altri momenti avrebbero suscitato esplosioni emotive da boato, ma che ora erano soltanto come ricordi di altre persone che io non sono; come case, con oggetti belli, eppure abbandonate da ogni uomo. Le piccole merendine che ingollavo, un palliativo delle ore. Niente a che fare col nutrire. Con l’accudire la salute. Ore lunghe, lunghe di tremende penitenze senza dolore. Io, solo al conto del tramonto, e le sue nuvole. Come compagna, solo lei, la noia; e le sue vecchie quattro attività scariche.

Con lei al fianco, tutto si muove piano, come un bradipo senza scopo. Ha un metabolismo inverosimilmente lento, un volto senza sguardo, un tempo in cui al tempo non esisteva in tutto il mondo un singolo orologio.

La noia è un luogo vuoto, centinaia di stanze, locali e corridoi senza niente e nessuno, da cui tutti sembrano voler fuggire, o almeno che vogliono arredare in modo umano. Con antidoti pratici del fare, a quelli più sottili dello stare sempre assieme. Inzepparsi i calendari, come maritozzi senza pane, appuntamenti vari, o le playlist con sempre nuovi brani, serie e film e canzoni. I cellulari di giochi e applicazioni, i social di nuovi amici.

Tutti tentativi scarni e mal riusciti di sentirsi ancora parte dei nostri attimi spariti.

La noia, certo, non è una condizione di piacere. Eppure in qualche modo è il motore immobile del fare.

La noia forse è il trasparente trasparire che sta dietro ogni colore del sapere: è lì presente; e certe volte si scopre, come un bimbo con le coperte nelle notti d’estate, e ci fa svegliare col naso in raffreddore.

La noia dice tante cose. Parla e ci chiede, di ascoltarla parlare. Senza giudizi o cose varie, e senza intromissioni o gambetese.

La noia ci chiede di presenziare al suo capezzale, ma poco di dire. Molto di sentire.

È sempre moribonda, emaciata e stanca, ma chi l’ha vista al cimitero non l’ha vista tra le bare o in qualche giara funesta.

Perchè la noia è sterile e morta, ma non è infeconda.

Ci occompagna lungo le nostre passeggiate, nelle sale d’aspetto dei medici che fanno aspettare, in fila alle poste, nei negozi e nelle banche di paese, con una canna da pesca in mano, fra le onde oppure al cinema senza piacere. In alcuni bar tra bevute solitarie.

E noi, tutti fotografi col cuore in mano, aspettando sempre il nostro scatto del secolo, domandiamo alla noia un’idea dal colore lucido.

Qualcosa che ci riempia il cuore, di nuova voglia di vivere, ridere, appassionarci alle storie vere. O anche solo un motivo, per seguire con gli occhi ancora le lucciole e i delfini nel mare.

Anche solo d’uscire da un impaccio sottile, da un’emozione amica/nemica che ci tiene in catene.

Però la noia sta zitta, sta in silenzio, sta muta e minuta.

Ascoltarla è come vivere nell’eco, di una cattedrale vuota.

Al centro della navata, per quanto silenzioso, c’è un rumore incessante e cieco: un rumore caldo e freddo, bollente e gelato. La noia è il tiepido fastidioso.

La noia è un prurito.

Perché quando si ha la noia a casa propria o altrove, nessuno comunque è a casa sua fra le sue cose.

Si e sempre di là, o soli o alieni, e nauseati. Poi però, la noia ci perdona, forse c’ama, o ci prende a compassione.

Ci accompagna fuori al sole, ma scompare.

É l’unica emozione che se ci ha a cuore, ci lascia stare.

Prima che chiunque al mondo, possa identificare con assoluta precisione questa cosa senza nome…

…come è venuta, lei, sembra scomparire.





iononquadro





FORI IMPERIALI


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Un po' di tempo fa sono stato a vedere i fori imperiali, così ho deciso di scrivere qualcosa su queste fantastiche rovine. I fori imperiali erano i cinque centri propulsori della vita pubblica dell’antica Roma. Furono eretti per volere dapprima di Cesare Augusto ed, in seguito, degli imperatori Ottaviano, Vespasiano, Nerva e Traiano. Fu il brillante intelletto di Cesare a partorire la geniale idea di erigere il primo sito. Nel 46 a.C., iniziarono i lavori che portarono alla costruzione del nucleo che commemorasse le divine origini della sua discendenza. Il secondo sito, il foro di Ottaviano Augusto, fu pensato per scopi propagandistici, il luogo doveva magnificare l’inaugurazione di un’età aurea. ll tempio della pace, il terzo foro, sorse per desiderio di Vespasiano. Domiziano, oltre ad unificare i tre centri, fece erigere un quarto sito. Sfortunatamente, il suo ideatore morì prima di vedere l’opera terminata. Spettò a Nerva il piacere di posarvi su gli occhi. Infine, l’imperatore Traiano aggiunse l’ultimo pezzo all’eccezionale puzzle. Rimasti intatti solo nell’antichità, dal Medioevo, i fori subirono un lento ma inesorabile processo di demolizione. Molte perle del complesso archeologico sparirono, per lasciare posto ai primitivi complessi urbani di case popolari e edifici religiosi, dal Medioevo, i fori subirono un lento ma inesorabile processo di demolizione. Svariati pontefici si cimentarono nell’impresa: Papa Onorio I, nel foro di Cesare, pose le basi per la chiesa di Sant’Adriana e per la meno voluminosa chiesa di Santa Martina. Per quel che concerne il Foro di Ottaviano, furono i monaci basiliani a commissionare l’innalzamento di un monastero.L’ ala orientale fu occupata, progressivamente, da edifici sacri. Gli spazi su cui si ergevano il tempio della pace e il Foro di Nerva mutarono volto, a causa dell’edificazione di case modeste o di residenze aristocratiche. Nel foro di Traiano, la più importante trasformazione fu l‘asportazione del pavimento. Negli anni 30, prese il via il progetto finalizzato a restituire al mondo i Fori. Il programma fu guidato da Corrado Ricci. La strada, denominata via dei Fori, fu inaugurata da Mussolini nel 1932. Negli anni settanta, si ipotizzò di smantellarla, poiché costruita durante il ventennio fascista. Fortunatamente, molti si opposero: il quotidiano Il Tempo e lo storico dell’arte Brandi si batterono perché tutto rimanesse com’era. L’unico provvedimento effettivamente preso fu la costruzione di una zona pedonale. Nel 2013, l’allora sindaco Ignazio Marino chiuse al traffico privato gran parte dell’area. Nell’ultimo decennio del XX secolo e nel primo decennio del secolo seguente, furono indetti nuovi scavi archeologici: gli studiosi scoprirono la reale collocazione della statua equestre di Traiano. L’architettura del foro era poi più complessa di quello che si era creduto: lo spazio presentava più serie di colonne, scolpite in pregiati marmi.


                                                                                                                                              Blue Jacket

venerdì 8 novembre 2024

Una maschera per mostrare chi siamo


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Nella vita spesso ci chiediamo: "Chi sono?" Ma anche: "Da dove vengo? Perché sono qui? Perché esisto? Qual è il mio scopo qui?" E ancora: tu, voi, sapete chi sono io? Mi conoscete?" 

Grandi domande. Sono le grandi domande dell'essere umano. Ma le risposte... non ce le abbiamo. Non ce le ha nessuno. Ed è inutile sforzarsi di trovarle. Non sono alla nostra portata. 

Ecco, in questo ci può venire in aiuto, perlomeno per indagarle, per quanto possibile, il teatro. O meglio, la maschera. 

"Dammi una maschera, coprimi il volto e scoprirai chi sono". 

È possibile indagare sulla risposta a queste domande, ma non solo, indossando una maschera, partendo da due prospettive o visioni. La mia, quella interiore, forse la più oscura, la più intricata, fatta di strade primarie, ma anche secondarie, terziarie, intersecate tra di loro, una con l'altra e di meccanismi complessi, protetti da altri meccanismi e sistemi ancora più complessi e così via... Chissà fino a dove... E fino a quando. E sicuramente, per questo, anche la più difficile da scalfire e da penetrare, per riuscire ad osservare e comprendere ciò che si nasconde dentro. E poi la prospettiva e la visione degli altri, cioè quella di chi ti guarda da fuori e che probabilmente ti conosce ancora meno, ma fondamentale, perché appunto ti può dare, osservandoti mentre ti muovi con la maschera indosso, un punto di vista diverso, alternativo, nuovo. Quel punto di vista che parte appunto da una prospettiva diversa. Quella di una persona estranea che ti guarda con il volto coperto, muto, quindi sconosciuto oppure la prospettiva di una persona che già ti conosce e quindi conosce anche il tuo volto, ma che in quel momento viene meno perché celato dietro un altro di volto. Un volto senza caratteristiche facciali particolari, identificabili in qualcosa di familiare, di conosciuto, senza espressione, senza emozioni, assolutamente privo di ciò che un volto umano ha e possiede per definizione.

Ma entrambe queste persone, conosciute o sconosciute che siano, sono costrette ad osservarti e decifrare ciò che fai e ciò che vuoi comunicare loro in modo limitato, soltanto attraverso i movimenti del tuo corpo attraverso ciò che esso, magari senza riflettere, vuol dire loro. Oppure al contrario, cioè contrariamente a quanto verrebbe spontaneo pensare, proprio grazie a tale limitazione, essendo il nostro volto coperto e impossibilitato ad esprimersi, possiamo essere liberi di far parlare il nostro corpo e sono libere le persone che ci guardano, di osservarci veramente, grazie alla maschera, nella nostra "disinibizione", nella nostra libertà di esprimerci.


White Cosmos