venerdì 25 ottobre 2024

ASMR. Sensazioni di un altro mondo



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La ASMR, acronimo delle parole inglesi "Autonomous Sensory Meridian Response", in italiano "risposta sensoriale meridiana autonoma", è la definizione che si dà ad una o ad un insieme di sensazioni di formicolio lieve in varie parti del corpo o di brivido di piacere, a cui di solito segue una condizione di rilassamento generale, soprattutto mentale, di coloro che la sperimentano attivamente o passivamente. I fattori, gli stimoli che arrivano a suscitare una ASMR, questa sensazione di sottile piacere, possono avere origine in diverse regioni del corpo, quindi possono avere natura diversa. Possono essere stimoli cerebrali (pensieri o idee), di natura visiva, uditiva o tattile. L' origine fisica di una ASMR sembra risiedere nella testa e da lì poi scenderebbe giù lungo la spina dorsale. Alcuni riferiscono di percepirla anche in altre parti del corpo in modalità espansiva multidirezionale e con intensità sempre maggiore. L' avvertire questa sensazione, questo formicolio o brivido, soprattutto di alta intensità, può mandarti davvero in estasi per via del livello della qualità di esso stesso. Il piacere provato è così alto che una volta che ne sei dentro in quegli istanti, non vorresti che finisse mai. Durante un' esperienza di ASMR le aree del corpo dalle quali tutto questo vengono sottoposte a stimoli leggeri, sottili, poco percettibili. Esse vengono solamente sfiorate da essi, perché tutto deve essere leggero e delicato. Le dosi stimolanti devono essere piccole per farti arrivare a quelle belle sensazioni con gentilezza ma in modo fluido, diretto ed appagante fino anche a giungere in modo più o meno atteso o voluto a delle sensazioni veramente forti, esplosive, con tanto di brividi e pensieri fuggevoli. 

Le tecniche di ASMR non sono riconosciute come ipnositerapia o psicoterapia per l' insufficiente quantità di studi sul fenomeno. 

Io personalmente a volte guardo contenuti ASMR su YouTube e devo dire tutto ciò lo provo e mi piace.


White Cosmos

Le simpatiche depressioni e "paranoie" di Jim Carrey

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Salve a tutti e tutte dal vostro anormale e fiero Fantozzi ragionier Ugo! Oggi scrivo un articolo in risposta ad un utente (il cui nome non dirò nemmeno sotto tortura) che ci ha confidato nella nostra chat che le persone attorno a lui, noi compresi, sembriamo far parte tutti di una messainscena! Vorrei rispondere a questo utente citando il caso del famoso attore comico canadese Jim Carrey, il quale, all'apice del successo, è caduto in depressione e si è fatto crescere la barba e diceva qualcosa di simile, nello specifico diceva che le persone di Hollywood "non sono reali". E io ci aggiungo che aveva pienamente ragione! Anzi questa "paranoia" di Jim Carrey me lo ha reso ancora più simpatico, anche perché trovo che sia profondamente umano avere delle fragilità, delle debolezze, dei punti fragili che possono diventare punti di rottura! La realtà di questo mondo di palta, come diceva Dylan Dog, è così misera che ben venga che arrivi qualcuno che ci faccia notare che la realtà non è reale manco per niente! Il mondo è un teatrino e tutti sono bravi a recitare la propria parte, avvocati, ingegneri, dottori e anche i pazienti come noi, ma nel mondo c'è bisogno di persone vere, che ci aiutino a riconoscere la realtà, la realtà quella vera! Per tornare a Jim Carrey, io gli sono grato soprattutto per tre film: the Truman Show, se mi lasci ti cancello e una settimana da Dio. Tre film profondamente esoterici e molto vicini alla realtà: in the Truman Show (letteralmente lo show dell'uomo vero) Carrey interpreta il ruolo di un tizio che inizia a svegliarsi e si accorge della agghiacciante finzione che lo circonda, persino sua moglie e il suo migliore amico ne fanno parte... In se mi lasci ti cancello Carrey interpreta il dolore lancinante di una storia d'amore spezzata proprio quando sarebbe potuta diventare una storia d'amore fantastica, e in una settimana da Dio interpreta lo stupore e il candore di un tizio qualunque che di punto in bianco si ritrova ad avere in mano un enorme potere.


Fantozzi ragionier Ugo

Signor Baruch

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“Philosophieren ist spinozieren”, ovverosia “Filosofare è Spinozare” diceva l'ingombrante padre degli hegeliani di tutte le epoche e le nazioni. Forse fu quello, o forse fu che amo le sfide (puntualmente perse) e da cui imparo poco (o niente) che mi fecero finalmente decidere. Ero in una stanza sembiua, scarsamente abitata e soprattutto lontano da casa e da luoghi consueti. Uno di quei freddi ricoveri di cui non voglio parlare. Ma Dio, avevo da leggere montagne di libri dalle copertine stroboscopiche.

Avevo svaligiato praticamente il ripostiglio più recondito di ogni libraio polveroso e libreria affastellata del circondario attorno a casa prima di partire. Silenzioso, a sera, me ne stavo a sfogliare e a scrivere, mentre le nuvole vagabondavano, e mi divoravo quell’Ethica, quella lì, quella con l’acca. Di lui: Spinoza. Che temerario cercava di spiegarmi tramite argomenti affini alla matematica e alla geometria, l'essenza stessa di… tutto.

Certo un tentativo arduo, ma né sterile né isolato. E soprattutto un tentativo in un certo senso riuscito.

Spinoza era un ebreo seicentesco di Amsterdam, che di lavoro faceva il tornitore di lenti. Ma di certo era anche un razionalista, un fervido appassionato commentatore di Cartesio (suo contemporaneo), che dopo aver trovato nel suo probabile idolo delle cose che non tornavano, decise di scrivere il libro su cui, incautamente, avevo messo le mani.

È un uomo geniale, ma mite. Non insegue la fama, non vuole costringere il mondo alla sua ragione. Anzi si becca anche una scomunica degli ebraici di Amsterdam che gli danno una diffida ufficiale sottoforma di una maledizione per i suoi pensieri definiti sovversivi.

“Che sia maledetto di giorno e di notte, mentre dorme e quando veglia, quando entra e quando esce…” recita la scomunica a Spinoza che continua il suo lavoro; che io mi sono sempre immaginato in un retrobottega o in una casa indaffarata di fogli e penne d'oca. È qualche anno dopo che comincia a scrivere questo libro semplicemente con lo spirito di migliorare i punti che gli sembravano carenti in Cartesio, e non di sorpassarlo in fama: si chiama “Ethica more geometrico demonstrata” e se il titolo vi sembra altisonante, o in un latino che vi risveglia brutti ricordi scolastici, il contenuto non vi deluderà.

Centinaia di pagine costituite da definizioni in stile di dimostrazioni euclidee (ovverosia assiomi con definizioni e corollari) volte ad assicurare la certezza e la precisione nonché più importante la dimostrabilità del pensiero.

Raccolte e articolate in più libri, si avventurano sicure facendo riferimenti incrociati su e giù per il testo (come solo Wittgenstein sarebbe stato in futuro capace di fare) su tutto quanto era importante mettere in chiaro: Dal Dio ora rivisitato e trasformato da Cartesiano in Spinoziano, fino alle emozioni umane, matematicamente affrontate e definite. Certo se oggi ci può sembrare un'opera degna giusto di un po' di ambizione e priva di qualsivoglia diritto in certe cose così labili, umane, non computabili in così freddi termini meccanicistici: Forse abbiamo ragione. Ma è anche vero che certi filosofi, sono piante sempreverdi. Sono terreni fecondi. Come tutti gli artisti sono il lievito madre nei nostri pani.

E se ci vorrà il buon Kant con le sue passeggiate e il suo carattere anch'esso mite per spazzare via il razionalismo e questi uomini che pensavano di poter spiegare il mondo solo con l'uso del pensare, io spesso mi ritrovo nella mia stanzetta a chiedermi: si vabbè, però perché Hegel diceva che fare filosofia è un po' Spinozare? Perché lo diceva in altri termini anche Nietzsche? Perché lo amava Wittgenstein e Schopenhauer? E di Deleuze, che dire?

Sarà perché Spinoza ha anticipato il concetto non dualistico di mente-corpo, superando il concetto cartesiano che ancora oggi resiste, e che consiste in un corpo diviso dalla mente?

No, non credo sia questo.

È Forse è il concetto di natura naturata e natura naturans, oppure il goemetrismo morale e il modo in cui tratta le passioni nei suoi scritti.

No, neppure.

Credo faccia più riferimento, a quel movimento intestino alla vita di questo uomo. Un perseguitato col sorriso. Ma un sorriso curioso. La danza di uno spirito del bosco, ma un bosco da scoprire, da curiosare. Da scavare in ogni tana, da sciabordare in ogni lago su tronchi di fortuna, da incontrare in ogni creatura animata e inanimata (non era lui, d'altronde, che aveva superato anche l’antropocentrismo di Cartesio in favore delle altre forme dell'esistenza e della vita?). Un uomo mite e molto innamorato.

In questo il suo libro insegna, ed è riuscito.

Ah, dimenticavo!

Eppure lo sapevo: filosofia vuole dire amore per il sapere.

Perché è certo io dell'Ethica di Spinoza non posso dire di avere capito tutto. E forse di quel poco, ho anche perso il ricordo.

Avrei potuto annoiarvi con quello che conosco.

Ma quando prendo in mano il buon volume, e un po' lo sfoglio, semplicemente ricordo: mi sono sentito, ancora e ancora, come un bambino che vede per la prima volta due persone baciarsi giù in penombra, sugli scogli.

Mentre mi veniva sonno e la stanza si faceva buia: io ero a cospetto dell'amore, ma soprattutto del desiderio di codesto, della ricerca e della voglia.


iononquadro

venerdì 18 ottobre 2024

Un sussulto nel cuore di un metallaro


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Qualche giorno fa, una sera, ero su YouTube, come faccio spesso a quell' ora, a passare velocemente, quasi senza farci caso, da un breve video all' altro, quegli "Shorts" che ormai da un po' di tempo sono comparsi un po' dappertutto prendendo spunto da Tik Tok. Essi infatti sono video molto brevi, da pochi secondi fino al mezzo minuto circa, non di più di solito, strutturati così per adeguarsi ai tempi d' oggi dove tutto è sempre più rapido e di immediata fruizione. Io infatti li stavo scorrendo esattamente in questo modo: rapidissimamente, quasi non mi interessasse neanche ciò che andavo a vedere, ma mi servisse soltanto come antistress, come intrattenimento o come sfogo personale. Ad un certo punto però mi sino fermato. Uno di questi brevi video ha attirato la mia attenzione. Qualcosa che a dire la verità, non mi sarei mai aspettato. Non è stato il video in sé, cioè quello di cui trattava, ovvero una serie di personaggi famosi ormai scomparsi, con data di nascita e di morte e la loro immagine in primo piano. Quello che invece mi ha fatto fermare, anzi, imposto alla mia mano di fermarsi, è stata la musica, la canzone in sottofondo, che accompagnava le immagini che scorrevano. Ho avuto un sussulto. Sono rimasto immobile, paralizzato. I miei occhi fissi sul piccolo schermo e le mie orecchie catturate da un suono meraviglioso quanto malinconico che con le sue onde sonore, tangeva delicatamente i miei timpani. Le note fantastiche e le parole scandite piano piano, una alla volta, con fare armonioso che entravano dolcemente dentro di me, nelle mie orecchie, facendo vibrare ed emozionare le membrane e facendo risuonare il tutto nella mia testa, fino a... 

...fino a provocarmi e a provocare in me pensieri di fuoco, di passione, d' amore. 

Ci sono arrivato, non vi preoccupate. 

Il cantante è Michael Bolton e il titolo della canzone è: "A love so beautiful". Non conoscevo né lui, il quale è dotato di una voce come poche ce ne sono e nemmeno la canzone, per me tra le più belle canzoni d' amore esistenti sulla Terra.

Parola di metallaro.


White Cosmos

Fantozzi e i massimi livelli del poker!

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Buongionati e buongiornate a tutte e tutti dal vostro indigeribile Fantozzi ragionier Ugo! Oggi vi parlerò di nuovo delle mie scoperte sul gioco del poker, tengo a precisare che io gioco con le fiches e quindi non coi soldi veri e quindi tranquilli, non c'è alcun pericolo! Ho scritto già altri articoli sul poker e avrete notato che la cosa che mi incuriosisce di più sono i livelli del gioco, man mano che si sale nei livelli il rischio aumenta e aumentano anche le difficoltà, con avversari che sono sempre più bravi. Di recente ho tentato inutilmente di giocare al settimo livello, che è il livello dove imperversano i maniaci del bluff, ma devo constatare con una certa amarezza che c'è poco da fare, i bluffers al momento sono più forti di me perché mi sembra che introducano nel gioco un qualcosa di irrazionale che io non riesco a gestire. Mi capita spesso con costoro di tentare dei bluff che vengono subito sgamati o di subire degli all-in molto sospetti che profumano ampiamente di presa per i fondelli. Io proprio non riesco ad andare in all-in con niente in mano, è più forte di me! Poi ho notato che perdo molto spesso contro le donne, anche al sesto livello, che è il livello dove gioco più spesso. Queste donne talvolta sembrano più furbe anche dei bluffers perché rendono vano ogni mio tentativo di gioco aggressivo, mi chiamano le puntate e allo showdown hanno sempre un punto migliore del mio, e mi battono. Ho cominciato così a ipotizzare che all'ottavo livello potrebbe essere che esiste il gioco femminile, un gioco che è più potente del bluff e che è apparentemente passivo ma molto efficace. Invece il gioco maschile è aggressivo, cioè significa fare puntate forti per mettere sotto pressione gli avversari e sconfina nel bluff. Poi al nono livello ci potrebbe essere il gioco androgino, un gioco più potente del bluff e del gioco femminile messi insieme. Al decimo livello infine ci potrebbero essere i giocatori fortunati, che si scannano tra di loro facendo la gara a chi è più fortunato. Insomma la fortuna potrebbe essere un'entità reale, per esempio a me capita anche a livello più basso di perdere contro giocatori che vanno in all-in sul flop con 3/5 di scala, e completano la scala con turn e river. Questo tipo di giocatori sono altamente ingiocabili!


Fantozzi ragionier Ugo

Riforma Nordio, che bellezza!!

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Il vostro nonnino oggi vi parlerà della riforma Nordio. Anzi di un articolo del Fatto Quotidiano del 29 Settembre scritto da Antonio Massari, intitolato "Malagiustizia"! Ma che cosa è successo? Sono state indagate delle persone per spaccio di stupefacenti e il PM ha chiesto l'arresto per il pericolo di reiterazione del reato. Il GIP ha avvisato i presunti spacciatori che gli atti che li riguardavano erano a loro disposizione, e ha fissato il termine per il loro interrogatorio a 20 giorni dopo. In quanto per la riforma Nordio, il giudice deve prima interrogare gli indagati e poi se è il caso scrivere l'ordinanza di arresto. Mentre prima della riforma, il GIP doveva valutare se esistevano le esigenze cautelari (reiterazione reato, inquinamento prove o pericolo di fuga), e se c'erano rischi concreti disponeva l'arresto in carcere o ai domiciliari degli indagati, e gli consegnava la relativa ordinanza con le motivazioni della misura cautelare, solo l'ordinanza cautelare, non tutto il fascicolo come avviene adesso con la riforma Nordio. Poi si procedeva all'interrogatorio dei presunti colpevoli. Queste le differenze! Ma cosa è successo agli indagati per spaccio? Niente, debbono ancora essere interrogati. Sono a piede libero e avendo avuto accesso a tutte le carte dell'indagine, sono venuti a conoscenza anche di chi li ha denunciati, e ne hanno approfittato per minacciare il testimone. Questo in breve ciò che c'è scritto nell'articolo del Fatto Quotidiano. Volevo scrivere un breve commento a questo increscioso fatto, e a questa riforma della giustizia del ministro Nordio, detta dell'interrogatorio preventivo. Ma mai come in questo caso ogni parola è inutile, anzi come diceva Samuel Beckett "Ogni parola è una macchia inutile sul silenzio e sul nulla".


Nonno Elpho

Ricordo


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Il ricordo costituisce la memoria del tempo passato, del momento che fu, della storia individuale e personale di ognuno di noi. Chi e' che talvolta non ricorda? Cosa sono i ricordi? Sono elaborazioni soggettive,di esperienze di vita concreta gia' vissute, da parte delle funzioni intellettive. I ricordi non sono mai fedeli e aderenti alla realta'. La realta' e' oggettiva, e' tangibile, ma ognuno di noi la vede a modo suo, con la propria soggettivita' psicofisica, con la propria prospettiva individuale e personale. Se chiedessi a una persona, che ha condiviso con me un 'esperienza, se si ricorda di quell 'attimo e di quel vissuto, quella persona potrebbe rispondermi affermativamente o negativamente e, nel primo caso, la sua memoria, la sua percezione, la sua prospettiva sarebbe radicalmente diversa dalla mia proprio perché ognuno di noi è unico e differente dagli altri nella propria specificità. Talvolta un odore, un sapore, un immagine o un altro tipo di percezione sensoriale concepisce e determina il ricordo, il quale non è mai netto, nitido, ma sempre annebbiato, sfumato, inconsistente, evanescente. Perche' ricordiamo? Perchè la vita ci segna, ci colpisce, ci traumatizza istante dopo istante, positivamente o negativamente. La memoria e la rimozione si amalgamano e si intrecciano con meccanismi costanti e maturi di difesa. Il ricordo puòsuscitare umorismo e positività. Altre volte può suscitare nostalgia. Altre volte celebrazione o esaltazione. Altre volte consente di tornare un po' piu' giovani o addirittura bambini. Altre volte può suscitare dolore e sofferenza. Altre volte rimorsi e rimpianti. Il ricordo è un'arma a doppio taglio. Consente da un lato di sfruttare l 'esperienza per affrontare il futuro, dall' altro lato potrebbe bloccare, fermare, frapporre un ostacolo al vissuto futuro stesso e far perdere il contatto con la realtà; potrebbe, in altri termini determinare ossessioni e regressioni . Ad ogni modo i ricordi fanno parte della vita e come la vita vale la pena di essere vissuta anche la memoria, di ferro o labile che sia, vuole il suo spazio ed il suo tempo.

Tigrotto75

Signor Salvatore



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Che le parole sono importanti non c’è bisogno che ce lo ricordi il film di Nanni Moretti, e che vengano da lontano non c'è bisogno che i dizionari ce lo rammentino, indicando una parola come arcaica, o di derivazione greca, oppure latina accanto alla definizione italiana scritta in grassetto.

Eppure capita che una parola vecchia, lontana, lontanissima, come il greco “therapeia”, confluita poi per strani versi più culturali che linguistici nel latino “cura” e nell’italiano “la cura” e da qui “curare” e “prendersi cura”; si scopra sotto una nuova veste. Insomma, che riscopra in sé un quarto senso, in un ambito ristretto per un uomo soltanto o forse qualcuno in più. Per chi, come dire, vi è venuto in contatto.

Io sono stato sempre, da che ne ricordo, un appassionato di informatica e programmazione. Ci sono tante storie che riguardano programmatori, hacker, ingegneri che ho letto e conosciuto e che mi hanno colpito, fatto riflettere e pensare.

Eppure nel 2012 (non ricordo quanti anni avessi, lascio i calcoli ai bravi matematici) sono stato testimone silenzioso di un fatto straordinario.

Sì, nel 2012, Salvatore Iaconesi, hacker e artista digitale italiano, si ammala di tumore al cervello e viene dato per malato terminale dai medici che lo visitano.

Una diagnosi funesta, per molti l’ultima, chiusa in un dischetto di una TAC al cranio e nelle cartelle cliniche erogate dai vari sanitari durante il periodo in cui noi tutti credo, avremmo cercato una “cura”, o ci saremmo abbandonati al fato.

Salvatore Iaconesi, per quanto noi testimoni lontani e vicini possiamo sapere, non sceglie né l'una né l'altra.

Jean-Paul Sartre, avrebbe detto: quando una via non c’è, la si inventa.

E forse per questo Salvatore, decide di hackerare la sua cartella clinica e la rende pubblica, ne estrae le immagini e le carica su un suo sito, chiamato “La Cura”, ancora oggi visitabile, dove tutti gli utenti potevano ed erano invitati a pubblicare qualsiasi tipo di contenuto: fossero essi immagini, disegni, poesie, consigli medici professionali o altrimenti solo pensieri, purchè contribuiscono a quella che lui chiamava "La Cura”.

Si, perchè prima si parlava di parole, e non se ne parlava a caso: “cura”, “therapeia”: sono parole intransitive in latino e in greco, e non significano come in italiano curare (una malattia), curare (un paziente). Questi sono portati ribaltati, significati forse di una società in cui la sanità e la cura sono un business, e i pazienti sono complementi oggetti paganti (anche se fortunatamente esiste ancora in Italia una sanità pubblica). Le etimologie originali invece, indicano piuttosto, come accade in inglese per la differenza tra “to cure” e “to care”, il prendersi cura di qualcuno, l’interessarsi a, o di qualcosa.

La storia continua: Salvatore si opererà anche grazie alle consulenze mediche dal progetto “La Cura” e vivrà fino al 2022 quando “il nostro tumore”, come veniva chiamato dai partecipanti e dalla moglie di Iaconesi, purtroppo troverà un recidiva importante. Lui ci teneva sempre a specificare che la medicina si fa in ospedale, che non cercava cure miracolose o mirabolanti.

Eppure credo volesse in qualche modo testimoniare col suo corpo, quanto di più reale ci possa essere, e far ritornare alla sua origine il concetto di cura, quello di essere insieme e quello di essere malati.

E in qualche modo insegnarci, credo, che insieme le cose si possono cambiare; affrontare e vivere in maniera non solo diversa, ma diametralmente opposta, alle volte, a quello che ci sembrano.

Una malattia mortale può diventare un spunto per vivere. Un disagio può diventare una risorsa, paradossalmente quasi una cosa bella nella sua tragedia.

E ridefinire da dentro, il concetto profondo di bellezza.

Forse è blasfemo da dire, ma se un tumore inspira un quadro o una poesia, non sarà meno negativo, certo, ma avrà creato e dato senso. Avrà un senso. Perché una malattia non va solo debellata, e non è importante solo se la si può debellare o no. È parte della vita, e per quanto possa essere considerata una sfortuna, una tragedia, o un dolore, non c’è alternativa a viverla. Insomma non si sceglie, si sceglie (nei limiti) come la si affronta e la si vive.

E se Salvatore ha fatto del suo male oscuro (la malattia che si tiene spesso più privata) un atto e un moto pubblico, non solo di fiducia nel prossimo e nella sua “therapeia”, ma anche sicuro del suo amore di ritorno; io credo che questo ci possa insegnare che La Cura, quella insieme, quella di condividere il dolore, il donarlo a chi lo riceve, l'amarlo e il trasformarlo per chi se ne deve curare, non vanno a sminuire l’importanza e la mole del soffrire: ma quel macigno gigantesco, lo possono cambiare. Lo possono affrontare, ci possono aiutare a spingerlo fino in cima alla scarpata, nonostante per gettarlo nell’abisso ci voglia il nostro braccio e il nostro consenso espresso.

Ecco, che le persone hanno un potere, quando stanno assieme. Che a volte è funesto, a volte un magico potere di salute e di bene.

Ed è vero che non siamo dei santoni, non possiamo insieme far sparire un tumore o ridare le gambe a chi non può camminare.

Ma come direbbero i greci e i latini, beh, intransitivamente: “Lo possiamo curare”.


iononquadro


VINO ROMANO


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 Gli antichi Romani conoscevano le tecniche per la coltivazione della vite e per la vinificazione, avendole apprese da Etruschi, Greci e Cartaginesi. La viticoltura dell’ Antica Roma affonda le sue radici nella cultura greca ed etrusca. Di per sè stessa, con tutta probabilità la vite è specie autoctona nella penisola e non vi era stata importata da altri popoli. In molti casi le viti erano tenute incolte, ossia allo stato selvatico, dalle popolazioni autoctone. Gli antichi Romani conoscevano le tecniche per la coltivazione della vite e per la vinificazione, avendole apprese da Etruschi, Greci e Cartaginesi. Infatti già all’epoca degli Etruschi, intorno al V sec. a.C, la penisola Italica era nota come “Enotria“, ossia produttrice di vino. Solo un paio di secoli più tardi Marco Porzio Catone mise la vigna come la prima delle culture italiche. Inoltre gli antichi Romani avevano una predilezione per le attività organizzate e produttive e la viticoltura in questo non rappresenta un’eccezione. All’epoca dell’Antica Roma, Piantagioni specializzate nacquero inizialmente in Campania, alle pedici dei monti Petrino e Massico, da cui proveniva il Vinum Falernum. Columella, nel suo De re rustica, descrive vigneti con la distanza di circa 3 metri tra un filare e l’altro, con vigneti maritati ad alberi o sostenuti da pali in legno. Nel tempo, l’alberata etrusca venne sostituita da filari intrecciati di canne, fino ad arrivare ad impianti a cordone. Un ettaro di vigneto arrivava a produrre più di 150 quintali di uva, quindi con rese analoghe a quelle dell’epoca moderna, con rese che potevano arrivare anche a 200-300 ettolitri per ettaro. Questa produttività dei vigneti locali contribuì al crollo delle importazioni dei vini greci a favore del consumo della produzione locale. Il vino all’epoca degli antichi Romani era presente in ogni banchetto, per lo più diluito con acqua calda o fredda, secondo i gusti e la stagione. Inoltre spesso i vini venivano aromatizzati o anche cotti, per evitare che inacidissero. Il “magister bibendi” doveva astenersi dalla bevanda e aveva il compito di stabilire quante parti di acqua, calda o fredda, vi si mescolavano. Gli “haustores” erano i sommeliers dell’epoca, che classificavano i vini in base alle loro qualità e al loro utilizzo. Per gli antichi Romani il vino non aveva le implicazioni religiose della cultura greca dove colui che beveva era posseduto dal vino e dalle divinità, era piuttosto una bevanda e veniva servito in accompagnamento a carni ed altre pietanze. Si brindava alla salute di un amico, di una persona importante o della donna amata. Si brindava anche per onorare un defunto, o una divinità, o semplicemente a un progetto: un accenno alla Dea Fortuna c’era sempre.


                                                                                                                                           Blue Jacket

venerdì 11 ottobre 2024

SALUTE MENTALE




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Oggi il vostro nonnino vi parlerà della giornata mondiale della salute mentale, il 10 ottobre come ogni anno ci sono eventi, testimonianze e quant' altro per ricordare e ricordarci quanto sia importante la salute mentale. Io ho già detto e scritto molto su tale tema, ma oggi sento il bisogno di tornarvi sopra per comunicare agli Altri, a tutti gli altri il mio assillo, forse una mia paranoia. Ho la netta impressione che le strutture di cura della salute mentale di stiano "ritirando" o in alcuni casi stiano "resistendo " alle mutate condizioni politico-sociali, economiche e di pensiero. Non voglio innalzare un grido di dolore né un urlo di speranza, la mia è solo una voce quieta, che domanda: "Quando vi siete, o meglio ci siamo arresi? E soprattutto perché?" Dopo tanto tempo passato a curarmi e a "curare" i luoghi di cura, mi sono girato indietro e non ho visto nessuno, mi sono girato di fianco e ho visto "quattro amici", per fortuna, ho guardato davanti a me e non ho visto nessuno. Se non avessi visto i miei quattro amici al "mio fianco" avrei creduto di essere cieco. Che fine hanno fatto tutti gli altri? Dove sono? Che stanno facendo? Ma soprattutto perché non sono qui con me al "mio fianco"? Voi mi direte ma perché debbono essere al "tuo fianco"? Perché debbono prendersi cura dei luoghi di cura? Perché debbono non arrendersi? Perché debbono cercare e ricercare sempre nuove strade e nuovi percorsi per migliorare? Perché debbono contrastare e combattere lo stigma? Perché debbono impegnarsi, soffrire, sudare, e lavorare? Perché debbono unirsi, stare insieme e associarsi per far sentire la loro voce? Perché...?

Perché?

Perché nessuno e sottolineo nessuno lo farà mai e sottolineo mai per loro, o meglio per noi. Non solo non lo farà, ma non potrà mai farlo. Perché nessuno è al nostro fianco se noi non siamo in  prima linea, perché nessuno può combattere le nostre battaglie e vincere le nostre guerre. Perché nessuno e sottolineo nessuno è mai riuscito a curarsi e a prendersi cura di sé e degli altri... .

Potevo continuare, ma a che pro? Più volte ho citato Edmund Burke e Madre Teresa di Calcutta per dire che non importa se potete fare poco o pochissimo, l' importante è farlo e farlo con amore. Se non si prova a fare un passo, un passo insieme all' Altro e agli altri, non è che si rimane allo stesso punto e neanche si fa un passo indietro, ma si ritorna al punto di partenza, anzi peggio, non ci si è mai mossi.


Nonno Elpho

SE POTESSI... ESSERE UN ALBERO



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 Da sempre ho ammirato la bellezza, l' imponenza, l' enormità, intesa anche in senso figurato e la saggezza degli alberi. Questi esseri così immensi rispetto a noi, così alti che sembrano quasi toccare il cielo, le nuvole e ancora più su, rischiando quasi di bruciarsi sotto l' incredibile calore del sole. Così rigogliosi, pieni di rami, foglie e frutti, di tutti i colori, a seconda delle stagioni e così ben piantati al suolo, grazie alle loro radici che penetrano in profondità nel terreno, in tutte le direzioni, agganciandosi ed avvolgendosi attorno ad ogni cosa che trovano, instaurando un rapporto unico, legandosi ad esso per sempre. Con il passare delle stagioni essi perdono tutti i loro beni più preziosi, parti di loro, tutto ciò che hanno creato nel corso del tempo con grande fatica, pazienza e sacrificio. Le foglie e i frutti iniziano a cadere, uno ad uno, dall' alto dei rami, quelle braccia che li hanno tenuti ben stretti a loro, con forza e decisione, coccolati al vento che soffiava e che tentava di spazzarli via e sotto la pioggia, che con la sua forza ha cercato incessantemente di strapparli dalla fonte della loro sopravvivenza. L' istante della fine arriva comunque prima o poi, è inevitabile, ma poi arriva anche il momento magico della rinascita, del rinnovo di tutto ciò. Questa è la cosa più bella. E questo momento per gli alberi succede per tante, tante volte, trovando ogni volta la capacità di essere ancora più belli di prima. Tale capacità è un segreto che soltanto loro sanno e che non vogliono condividere con nessuno. 

Se potessi essere un albero sarei tra gli esseri viventi più alti del mondo. Dall' alto dominerei ed osserverei con facilità tutto quello che succede al di sotto di me, assicurandomi un certo, anche se non assoluto, senso di sicurezza. Tutto apparirebbe piccolo in confronto a me. Sarei però anche il primo ad essere esposto alle intemperie ed al calore del sole, i quali d' estate o d' inverno, si danno il cambio per chi picchia più duro. 

Se potessi essere un albero, potrei vedere lontano più di chiunque altro, vedrei con facilità "la fine della Terra", l' orizzonte del mondo e di tutte le bellezze che mi sono davanti. Chi sarebbe più fortunato di me? 

Se potessi essere un albero, potrei vivere più di mille anni. Vedrei scorrere davanti a me ere, epoche ed eventi. Vedrei compiersi la storia. Vedrei andare entrambe, natura e storia, in un percorso parallelo e speculare, le vedrei andare a braccetto l'una con l' altra, amandosi e scontrandosi, verso una meta che nessuna delle due parti conosce ma che vedrà inevitabilmente sempre, soltanto un vincitore: la natura. Certo se vivessi più di mille anni, probabilmente mi annoierei un po'. Non so quanta voglia avrei di vivere così a lungo. Ma chi è che non lo ha desiderato almeno una volta nella vita?

Se potesse essere un albero, non sarei costretto a muovermi e ad andare in giro a cercare cibo ma sarei invece costretto ad affidarmi alla bontà e magnanimità della Terra nella quale ho piantate le radici. Vivrei costantemente nell' incognita di come e se sopravvivrei.

Se fossi un albero, ad un certo punto, potrei veder arrivare qualcuno, persone o animali, insetti. Lo vedrei arrivare da lontano, poi lo vedrei avvicinarsi a me e poi magari toccarmi, sfiorarmi, accarezzarmi o anche abbracciarmi. E nel caso fossero dei bambini ad essere stati attratti dalla mia alta figura, magari giocare con me ad arrampicarsi o a girarmi intorno rincorrendosi, cercando di acchiapparsi. Ascolterei felicemente le loro grida, i loro scherzi innocenti e le loro piccole mani su di me, alleggerendo quella lunga solitudine che la vita di un albero conosce.

White Cosmos

venerdì 4 ottobre 2024

Signor Gregorio


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Capita anche di essere bambini, qualche volta. Oppure degli adulti non fagocitati dagli eventi, e di chiedersi inframmezzati da silenzi: ma io qua, su questa terra, ma che ci sto a fare? Quale è il senso delle cose, tutte; e soprattutto del mio soffrire, del mio male? Perchè io devo vivere? Perchè io, devo morire?

Nel mentre di queste amene elucubrazioni incessanti, che sempre mi hanno accompagnato nella vita, io ero ricoverato e ascoltavo molta musica in un religioso silenzio, per cercare di lenire questo buco funesto presente da quando ho memoria del mondo. Ed ecco, una radio, Rai Radio 3, trasmette a tarda sera musica classica del 1600 che, lì per lì, mi lascia un po’ stupito.

Era la prima volta che sentivo, almeno con attenzione, un'opera di canto gregoriano. Ne fui affascinato a tal punto che il breve nome “Tallis Scholar”, mi rimase impresso fino alla mattina dopo. Era il nome dei coristi, che io cercai immantinentemente sul web, e presto capitai sul disco della loro versione del Miserere. Questa opera di Gregorio Allegri era eseguita durante una messa particolare, che si svolge nella Settimana Santa, ossia l'ufficio delle Tenebre. Era una messa completamente al buio, officiata nella cappella Sistina a Roma e oggi non più in uso. I papi dell'epoca erano così gelosi di questa opera, che non permisero che fosse trascritta e portata fuori dalla cappella, pena la scomunica. Tutti i coristi la eseguivano a memoria (o forse da un singolo spartito mai rinvenuto), e i ritocchi e gli abbellimenti venivano tramandati tramite tradizione orale. Oltre alla genialità compositiva che la rese una delle opere più importanti del periodo, una fama che superò tutti gli altri Miserere precedenti e successivi, e una tecnica canora apparentemente presente nella partitura, conosciuta come “Do sovracuto”, questo brano suscitava talmente tanta fascinazione che molti tentarono di trascriverlo di nascosto. Il Do sovracuto è una nota così alta che poteva essere eseguita solo dalle voci bianche del periodo, o che oggi può essere eseguita da coriste donne (allora inesistenti) o da uomini con palloncini di elio predisposti ad alzare l’estensione vocale. Tra i trascrittori illegali del Miserere, c’era anche un giovane Mozart.

Mozart avendo un orecchio assoluto (ossia identificava le note in maniera univoca) e una memoria eidetica (ossia poteva ricordare per un breve periodo di tempo, ma alla perfezione, qualunque brano sentisse) trascrisse quello che udì durante l'ufficio delle Tenebre. Oggi il Miserere che conosciamo, è un’elaborazione sui suoi scritti e su quelli di altri trascrittori illegali.

Il miserere originale, con tutti i suoi abbellimenti e le sue tradizioni orali (nonché con la questione sull’effettiva presenza nella versione originale del Do sovracuto), è andato perduto e quello che possiamo sentire eseguito dai Tallis Scholar non è altro che una meravigliosa e fantastica, ma non originale, imitazione.

Eppure passano i mesi, silenziosi anche loro; religiosi e ligi. E forse fu per il Miserere, forse non solo per quello, ma io mi feci portare una Bibbia color mattone, gli scritti di Sant’Agostino, e i parenti e gli amici dei parenti religiosi, mi regalarono brevi libercoli di personaggi noti e meno noti tra gli adepti di Cristo e dei suoi Apostoli.

E pensare che io ero stato un feroce lettore di Nietzsche, e di Cioran, e di tutta una tradizione critica verso il cristianesimo. Guardavo Cristo come un uomo, e San Paolo come un mistificatore e un abile mercante di idee non sue. Io non sapevo se mi sentivo più da una parte o dall’altra, ma non volevo scegliere.

E infatti, ho evitato di farlo.

Quel cortocircuito si è risolto, come un malanno autolimitante di stagione, come una notte d’amore o come il sole che ogni sera, religioso va a dormire.

Ero a tavola, in solitudine; e ascoltavo una playlist di musica italiana. L'apparecchio esordì con una canzone fino ad allora sconosciuta. Si intitola “Il Dio delle piccole cose” di Max Gazzè, Daniele Silvestri e Niccolò Fabi, e di cui non ricordo neanche bene le parole.

Ricordo però che risolse “tutte cose”, direbbero al Sud, qui in Italia.

In poche brevi frasi la mia mente trovò la mia personale sintesi tra un Dio che mi stava stretto e un mondo gelido che mi stava largo, nel senso che non mi dava un senso, un motivo e una direzione. Che non mi spiegava il dolore, e tutto ciò che prima ho avuto modo di dire.

Ci vorrebbero altre trecento parole e frasi per spiegare che la musica ti salva, che se la chiami è sempre lì che ti ascolta, e che alle volte ti crea, altre ti affossa.

Ma io invece impiego questo spazio per dire che ora, io, sono un devoto adepto delle piccole cose (senza riferimento alla canzone, ma per una sua imbeccata feroce). Per me Dio ha smesso di dividere i mari e lanciare le piaghe, far scendere i suoi figli e apparire ai santi, o quantomeno in maniera plateale. Non parlo degli altri però, parlo del mio Dio.

Il mio Dio mi fà trovare 2 euro in tasca quando ho voglia di un gelato, mi fa trovare 5 minuti di riposo non programmato quando sono stanco all’improvviso. Non fa suonare la sveglia o mi dà mille altre scuse per un impegno che odio. Il mio Dio fa cadere il mio cellulare, ma non lo fa rompere, se sono al telefono con la donna che amo.

È un Dio silenzioso, religioso, ma presente.

E mi aiuta nelle piccole cose, mi fa scoprire Allegri, il Miserere. Mi fa cambiare e vivere le cose. Passa per le mie mani libri e idee, mi mette in condizione di cambiare e amare.

Ha un unico peccato, non ascoltare ciò che il mondo ci può offrire.

Ma non si arrabbia se pecchiamo: “Sò ragazzi! Che voi fare!” sembra dire.

Mentre mi aiuta nelle piccole cose, perché le grandi cose, come sconfiggere la paura e trovare un senso, invece, stanno a me…

Lui me le può solo indicare… 

 

iononquadro

Fantozzi alle prese con... la libertà!


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Salve a tutti e a tutte dal vostro impresentabile Fantozzi ragionier Ugo! Come mi capita spesso, oggi non so che scrivere e allora accolgo uno spunto che arriva da BuioTotale, che farebbe meglio a scegliersi un soprannome più ottimista, ma non è di questo che vorrei parlare in questo articolo... BuioTotale mi dice sul 201 mentre veniamo insieme al centro diurno, che vorrebbe vivere in un'isola nella quale non esistono regole e nella quale tutti rispettano tutti, secondo il principio "la mia libertà finisce dove comincia la tua", insomma una sorta di utopia che assomiglia molto a una comune anarchica, soprattutto per quanto riguarda la faccenda delle regole. Io invece avendo un approccio per così dire più socialista, so per esperienza che così come nel capitalismo esistono regole ingiuste che vanno a vantaggio dei grandi e piccoli padroni, regole che sanciscono il diritto a sfruttare i lavoratori con il furto legalizzato del pluslavoro che diventa plusvalore, sono possibili anche regole di giustizia, regole proletarie da contrapporre alle regole borghesi, regole che scoraggino i padroni dell'appropriarsi del pluslavoro / plusvalore degli operai etc etc... Io quindi non sono contrario in assoluto alle regole, sono per sostituire le regole di ingiustizia con le regole di giustizia. Una situazione di parità economica senza più furti legalizzati, può essere la base per altre future libertà. A me interessa la libertà, diciamo che in un certo senso la libertà sarebbe proprio il core business di un... Fantozzi ragionier Ugo. Però si dovrebbe specificare anche libertà di fare che cosa. Nella democrazia la libertà consiste in avere e esprimere delle opinioni, e in finale non è una grande libertà. Invece nel socialismo si coltiva la libertà di avere delle idee, per prima cosa si parte dalla politica internazionale per poi arrivare ad ogni altro ambito!


Fantozzi ragionier Ugo

PRIVACY OGGI



                               https://www.studiocataldi.it/articoli/29627-gdpr-tutto-quello-che-c-e-da-sapere.asp


In un intervento pubblicato sul sito del Garante della privacy, l’ avvocato Guido Scorza, componente del Collegio dell’ Autorità Garante per la Protezione dei dati personali, ha evidenziato quali saranno le nuove sfide privacy che ci aspettano nel futuro, ponendo l’ accento sulla sempre crescente importanza dei dati nella nostra economia e nella nostra vita di tutti i giorni e sottolineando come, nella storia dell’ umanità, mai prima d’ ora i dati, in particolare quelli personali, hanno occupato una posizione così centrale nelle dinamiche di mercato, nella società e nelle democrazie. Dall’ affermazione dell’ allora Garante , Antonello Soro, che nel lontanissimo 2003 disse che Google, con tutti i dati che tratta, ha più potere di una dittatura, alla definizione ormai universalmente accettata di nuovo oro nero, siamo tutti d’accordo nel dire che i dati rappresentano il cuore del modello di business dell’intero ecosistema digitale, nonché uno degli elementi fondamentali per l’alimentazione degli algoritmi di intelligenza artificiale. Sui dati si basano ecosistemi miliardari, primo fra tutti quello dei social network, e l’anno che verrà non solo non vedrà arrestarsi questo fenomeno, al contrario lo vedrà sempre più protagonista. Il 2023 si è concluso con diversi punti aperti, in ambito privacy, e sfide che il nuovo anno non potrà fare altro che raccogliere e gestire e, per dirla proprio con le parole di Scorza, pare che “Chi segue le cose dei dati personali e della privacy, per certo, nel 2024, non si annoierà”. Partiamo dall’onnipresente Meta, che poco prima delle festività natalizie ha annunciato ai suoi utenti europei che, per continuare a utilizzare i propri servizi, avrebbero dovuto scegliere tra sottoscrivere un abbonamento a pagamento o acconsentire all’utilizzo della profilazione per la personalizzazione della pubblicità. Un bivio netto: “Paga o acconsenti”, pay or ok, modello di business già ampiamente utilizzato da moltissimo editori di giornali online, con il loro “paywall” , cioè accetta i cookie oppure paga per leggere i contenuti della nostra testata, peraltro finito al centro di un’istruttoria del Garante, che al momento in cui si scrive non ha ancora fornito alcun esito, pur sollevando importanti questioni etiche e legali. La questione della privacy nei prossimi anni sembra destinata a giocare un ruolo chiave nelle vite delle persone, nella società, nei mercati e nelle democrazie. La risposta a interrogativi cruciali, come la liceità o illeceità di modelli di business basati sulla profilazione diventa urgente, poiché il diritto alla privacy potrebbe rischiare di diventare un privilegio accessibile solo a coloro che possono permetterselo.


Blue Jacket

Rabbia

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La rabbia e' la più malvagia tra le emozioni. E' molto comune e diffusa. Chi e' che non e' arrabbiato 24 ore su 24?. Regna sovrana nel quotidiano, coinvolgendo tutti nessuno escluso. E' subdola, insidiosa, spesso inconsapevole ed inconscia. E' una reazione difensiva che nasce dalla mancata accettazione del fatto, dell' accadimento, dell evento non gradito. Il reato, il sopruso, la prevaricazione, la provocazione, l'invidia, la gelosia, la delusione, la frustrazione, la repressione, o piu' semplicemente lo stress e la tensione accumulati la concepiscono e la determinano. Fattori esterni e fattori interni si amalgamano e si confondono. La ragione si offusca, si annebbia, finisce di difendersi e di essere difesa. Finisce in carcere e si ammala. Occorre l' intervento rispettivamente dell' avvocato e del medico per liberarla e curarla, ma spesso queste due figure professionali non ci sono; se la deve cavare da sola. Si trasforma in ira cieca ed aggressività non contenuta. La capacità di autocontrollo e le funzioni dei freni inibitori cedono il posto all'irrazionalità. L integrazione tra la ragione e l' impulso non funzionano più. La rabbia colpisce e coinvolge tutto: la mente, il cuore, il volto, il fisico. La mente, come suesposto, finisce in carcere e si ammala. Le pulsazioni del cuore aumentano, l'espressività del volto e' amplificata all'ennesima potenza, cosicché il viso diventa irriconoscibile e cambia di colore. Il fisico dapprima si irrigidisce, per poi lasciarsi andare liberamente attraverso una escalation incontrollabile. Mi chiedo: e' importante scaricare la rabbia? Secondo me no. Non va scaricata, ma va gestita e canalizzata nelle giuste e sane direzioni. L'esempio più importante è rappresentato da il dedicarsi all'attività ed all'esercizio fisico. La rabbia e' la più malvagia e meschina tra le emozioni e, di conseguenza, proprio la capacità di autocontrollo, la capacità di contenerla e la relativa gestione, costituiscono gli indici più rappresentativi della selezione naturale finalizzata alla riproduzione, alla procreazione e alla continuazione della specie.

Tigrotto 75