venerdì 25 ottobre 2024

Le simpatiche depressioni e "paranoie" di Jim Carrey

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Salve a tutti e tutte dal vostro anormale e fiero Fantozzi ragionier Ugo! Oggi scrivo un articolo in risposta ad un utente (il cui nome non dirò nemmeno sotto tortura) che ci ha confidato nella nostra chat che le persone attorno a lui, noi compresi, sembriamo far parte tutti di una messainscena! Vorrei rispondere a questo utente citando il caso del famoso attore comico canadese Jim Carrey, il quale, all'apice del successo, è caduto in depressione e si è fatto crescere la barba e diceva qualcosa di simile, nello specifico diceva che le persone di Hollywood "non sono reali". E io ci aggiungo che aveva pienamente ragione! Anzi questa "paranoia" di Jim Carrey me lo ha reso ancora più simpatico, anche perché trovo che sia profondamente umano avere delle fragilità, delle debolezze, dei punti fragili che possono diventare punti di rottura! La realtà di questo mondo di palta, come diceva Dylan Dog, è così misera che ben venga che arrivi qualcuno che ci faccia notare che la realtà non è reale manco per niente! Il mondo è un teatrino e tutti sono bravi a recitare la propria parte, avvocati, ingegneri, dottori e anche i pazienti come noi, ma nel mondo c'è bisogno di persone vere, che ci aiutino a riconoscere la realtà, la realtà quella vera! Per tornare a Jim Carrey, io gli sono grato soprattutto per tre film: the Truman Show, se mi lasci ti cancello e una settimana da Dio. Tre film profondamente esoterici e molto vicini alla realtà: in the Truman Show (letteralmente lo show dell'uomo vero) Carrey interpreta il ruolo di un tizio che inizia a svegliarsi e si accorge della agghiacciante finzione che lo circonda, persino sua moglie e il suo migliore amico ne fanno parte... In se mi lasci ti cancello Carrey interpreta il dolore lancinante di una storia d'amore spezzata proprio quando sarebbe potuta diventare una storia d'amore fantastica, e in una settimana da Dio interpreta lo stupore e il candore di un tizio qualunque che di punto in bianco si ritrova ad avere in mano un enorme potere.


Fantozzi ragionier Ugo

Signor Baruch

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“Philosophieren ist spinozieren”, ovverosia “Filosofare è Spinozare” diceva l'ingombrante padre degli hegeliani di tutte le epoche e le nazioni. Forse fu quello, o forse fu che amo le sfide (puntualmente perse) e da cui imparo poco (o niente) che mi fecero finalmente decidere. Ero in una stanza sembiua, scarsamente abitata e soprattutto lontano da casa e da luoghi consueti. Uno di quei freddi ricoveri di cui non voglio parlare. Ma Dio, avevo da leggere montagne di libri dalle copertine stroboscopiche.

Avevo svaligiato praticamente il ripostiglio più recondito di ogni libraio polveroso e libreria affastellata del circondario attorno a casa prima di partire. Silenzioso, a sera, me ne stavo a sfogliare e a scrivere, mentre le nuvole vagabondavano, e mi divoravo quell’Ethica, quella lì, quella con l’acca. Di lui: Spinoza. Che temerario cercava di spiegarmi tramite argomenti affini alla matematica e alla geometria, l'essenza stessa di… tutto.

Certo un tentativo arduo, ma né sterile né isolato. E soprattutto un tentativo in un certo senso riuscito.

Spinoza era un ebreo seicentesco di Amsterdam, che di lavoro faceva il tornitore di lenti. Ma di certo era anche un razionalista, un fervido appassionato commentatore di Cartesio (suo contemporaneo), che dopo aver trovato nel suo probabile idolo delle cose che non tornavano, decise di scrivere il libro su cui, incautamente, avevo messo le mani.

È un uomo geniale, ma mite. Non insegue la fama, non vuole costringere il mondo alla sua ragione. Anzi si becca anche una scomunica degli ebraici di Amsterdam che gli danno una diffida ufficiale sottoforma di una maledizione per i suoi pensieri definiti sovversivi.

“Che sia maledetto di giorno e di notte, mentre dorme e quando veglia, quando entra e quando esce…” recita la scomunica a Spinoza che continua il suo lavoro; che io mi sono sempre immaginato in un retrobottega o in una casa indaffarata di fogli e penne d'oca. È qualche anno dopo che comincia a scrivere questo libro semplicemente con lo spirito di migliorare i punti che gli sembravano carenti in Cartesio, e non di sorpassarlo in fama: si chiama “Ethica more geometrico demonstrata” e se il titolo vi sembra altisonante, o in un latino che vi risveglia brutti ricordi scolastici, il contenuto non vi deluderà.

Centinaia di pagine costituite da definizioni in stile di dimostrazioni euclidee (ovverosia assiomi con definizioni e corollari) volte ad assicurare la certezza e la precisione nonché più importante la dimostrabilità del pensiero.

Raccolte e articolate in più libri, si avventurano sicure facendo riferimenti incrociati su e giù per il testo (come solo Wittgenstein sarebbe stato in futuro capace di fare) su tutto quanto era importante mettere in chiaro: Dal Dio ora rivisitato e trasformato da Cartesiano in Spinoziano, fino alle emozioni umane, matematicamente affrontate e definite. Certo se oggi ci può sembrare un'opera degna giusto di un po' di ambizione e priva di qualsivoglia diritto in certe cose così labili, umane, non computabili in così freddi termini meccanicistici: Forse abbiamo ragione. Ma è anche vero che certi filosofi, sono piante sempreverdi. Sono terreni fecondi. Come tutti gli artisti sono il lievito madre nei nostri pani.

E se ci vorrà il buon Kant con le sue passeggiate e il suo carattere anch'esso mite per spazzare via il razionalismo e questi uomini che pensavano di poter spiegare il mondo solo con l'uso del pensare, io spesso mi ritrovo nella mia stanzetta a chiedermi: si vabbè, però perché Hegel diceva che fare filosofia è un po' Spinozare? Perché lo diceva in altri termini anche Nietzsche? Perché lo amava Wittgenstein e Schopenhauer? E di Deleuze, che dire?

Sarà perché Spinoza ha anticipato il concetto non dualistico di mente-corpo, superando il concetto cartesiano che ancora oggi resiste, e che consiste in un corpo diviso dalla mente?

No, non credo sia questo.

È Forse è il concetto di natura naturata e natura naturans, oppure il goemetrismo morale e il modo in cui tratta le passioni nei suoi scritti.

No, neppure.

Credo faccia più riferimento, a quel movimento intestino alla vita di questo uomo. Un perseguitato col sorriso. Ma un sorriso curioso. La danza di uno spirito del bosco, ma un bosco da scoprire, da curiosare. Da scavare in ogni tana, da sciabordare in ogni lago su tronchi di fortuna, da incontrare in ogni creatura animata e inanimata (non era lui, d'altronde, che aveva superato anche l’antropocentrismo di Cartesio in favore delle altre forme dell'esistenza e della vita?). Un uomo mite e molto innamorato.

In questo il suo libro insegna, ed è riuscito.

Ah, dimenticavo!

Eppure lo sapevo: filosofia vuole dire amore per il sapere.

Perché è certo io dell'Ethica di Spinoza non posso dire di avere capito tutto. E forse di quel poco, ho anche perso il ricordo.

Avrei potuto annoiarvi con quello che conosco.

Ma quando prendo in mano il buon volume, e un po' lo sfoglio, semplicemente ricordo: mi sono sentito, ancora e ancora, come un bambino che vede per la prima volta due persone baciarsi giù in penombra, sugli scogli.

Mentre mi veniva sonno e la stanza si faceva buia: io ero a cospetto dell'amore, ma soprattutto del desiderio di codesto, della ricerca e della voglia.


iononquadro

venerdì 18 ottobre 2024

Un sussulto nel cuore di un metallaro


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Qualche giorno fa, una sera, ero su YouTube, come faccio spesso a quell' ora, a passare velocemente, quasi senza farci caso, da un breve video all' altro, quegli "Shorts" che ormai da un po' di tempo sono comparsi un po' dappertutto prendendo spunto da Tik Tok. Essi infatti sono video molto brevi, da pochi secondi fino al mezzo minuto circa, non di più di solito, strutturati così per adeguarsi ai tempi d' oggi dove tutto è sempre più rapido e di immediata fruizione. Io infatti li stavo scorrendo esattamente in questo modo: rapidissimamente, quasi non mi interessasse neanche ciò che andavo a vedere, ma mi servisse soltanto come antistress, come intrattenimento o come sfogo personale. Ad un certo punto però mi sino fermato. Uno di questi brevi video ha attirato la mia attenzione. Qualcosa che a dire la verità, non mi sarei mai aspettato. Non è stato il video in sé, cioè quello di cui trattava, ovvero una serie di personaggi famosi ormai scomparsi, con data di nascita e di morte e la loro immagine in primo piano. Quello che invece mi ha fatto fermare, anzi, imposto alla mia mano di fermarsi, è stata la musica, la canzone in sottofondo, che accompagnava le immagini che scorrevano. Ho avuto un sussulto. Sono rimasto immobile, paralizzato. I miei occhi fissi sul piccolo schermo e le mie orecchie catturate da un suono meraviglioso quanto malinconico che con le sue onde sonore, tangeva delicatamente i miei timpani. Le note fantastiche e le parole scandite piano piano, una alla volta, con fare armonioso che entravano dolcemente dentro di me, nelle mie orecchie, facendo vibrare ed emozionare le membrane e facendo risuonare il tutto nella mia testa, fino a... 

...fino a provocarmi e a provocare in me pensieri di fuoco, di passione, d' amore. 

Ci sono arrivato, non vi preoccupate. 

Il cantante è Michael Bolton e il titolo della canzone è: "A love so beautiful". Non conoscevo né lui, il quale è dotato di una voce come poche ce ne sono e nemmeno la canzone, per me tra le più belle canzoni d' amore esistenti sulla Terra.

Parola di metallaro.


White Cosmos

Fantozzi e i massimi livelli del poker!

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Buongionati e buongiornate a tutte e tutti dal vostro indigeribile Fantozzi ragionier Ugo! Oggi vi parlerò di nuovo delle mie scoperte sul gioco del poker, tengo a precisare che io gioco con le fiches e quindi non coi soldi veri e quindi tranquilli, non c'è alcun pericolo! Ho scritto già altri articoli sul poker e avrete notato che la cosa che mi incuriosisce di più sono i livelli del gioco, man mano che si sale nei livelli il rischio aumenta e aumentano anche le difficoltà, con avversari che sono sempre più bravi. Di recente ho tentato inutilmente di giocare al settimo livello, che è il livello dove imperversano i maniaci del bluff, ma devo constatare con una certa amarezza che c'è poco da fare, i bluffers al momento sono più forti di me perché mi sembra che introducano nel gioco un qualcosa di irrazionale che io non riesco a gestire. Mi capita spesso con costoro di tentare dei bluff che vengono subito sgamati o di subire degli all-in molto sospetti che profumano ampiamente di presa per i fondelli. Io proprio non riesco ad andare in all-in con niente in mano, è più forte di me! Poi ho notato che perdo molto spesso contro le donne, anche al sesto livello, che è il livello dove gioco più spesso. Queste donne talvolta sembrano più furbe anche dei bluffers perché rendono vano ogni mio tentativo di gioco aggressivo, mi chiamano le puntate e allo showdown hanno sempre un punto migliore del mio, e mi battono. Ho cominciato così a ipotizzare che all'ottavo livello potrebbe essere che esiste il gioco femminile, un gioco che è più potente del bluff e che è apparentemente passivo ma molto efficace. Invece il gioco maschile è aggressivo, cioè significa fare puntate forti per mettere sotto pressione gli avversari e sconfina nel bluff. Poi al nono livello ci potrebbe essere il gioco androgino, un gioco più potente del bluff e del gioco femminile messi insieme. Al decimo livello infine ci potrebbero essere i giocatori fortunati, che si scannano tra di loro facendo la gara a chi è più fortunato. Insomma la fortuna potrebbe essere un'entità reale, per esempio a me capita anche a livello più basso di perdere contro giocatori che vanno in all-in sul flop con 3/5 di scala, e completano la scala con turn e river. Questo tipo di giocatori sono altamente ingiocabili!


Fantozzi ragionier Ugo

Riforma Nordio, che bellezza!!

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Il vostro nonnino oggi vi parlerà della riforma Nordio. Anzi di un articolo del Fatto Quotidiano del 29 Settembre scritto da Antonio Massari, intitolato "Malagiustizia"! Ma che cosa è successo? Sono state indagate delle persone per spaccio di stupefacenti e il PM ha chiesto l'arresto per il pericolo di reiterazione del reato. Il GIP ha avvisato i presunti spacciatori che gli atti che li riguardavano erano a loro disposizione, e ha fissato il termine per il loro interrogatorio a 20 giorni dopo. In quanto per la riforma Nordio, il giudice deve prima interrogare gli indagati e poi se è il caso scrivere l'ordinanza di arresto. Mentre prima della riforma, il GIP doveva valutare se esistevano le esigenze cautelari (reiterazione reato, inquinamento prove o pericolo di fuga), e se c'erano rischi concreti disponeva l'arresto in carcere o ai domiciliari degli indagati, e gli consegnava la relativa ordinanza con le motivazioni della misura cautelare, solo l'ordinanza cautelare, non tutto il fascicolo come avviene adesso con la riforma Nordio. Poi si procedeva all'interrogatorio dei presunti colpevoli. Queste le differenze! Ma cosa è successo agli indagati per spaccio? Niente, debbono ancora essere interrogati. Sono a piede libero e avendo avuto accesso a tutte le carte dell'indagine, sono venuti a conoscenza anche di chi li ha denunciati, e ne hanno approfittato per minacciare il testimone. Questo in breve ciò che c'è scritto nell'articolo del Fatto Quotidiano. Volevo scrivere un breve commento a questo increscioso fatto, e a questa riforma della giustizia del ministro Nordio, detta dell'interrogatorio preventivo. Ma mai come in questo caso ogni parola è inutile, anzi come diceva Samuel Beckett "Ogni parola è una macchia inutile sul silenzio e sul nulla".


Nonno Elpho

Ricordo


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Il ricordo costituisce la memoria del tempo passato, del momento che fu, della storia individuale e personale di ognuno di noi. Chi e' che talvolta non ricorda? Cosa sono i ricordi? Sono elaborazioni soggettive,di esperienze di vita concreta gia' vissute, da parte delle funzioni intellettive. I ricordi non sono mai fedeli e aderenti alla realta'. La realta' e' oggettiva, e' tangibile, ma ognuno di noi la vede a modo suo, con la propria soggettivita' psicofisica, con la propria prospettiva individuale e personale. Se chiedessi a una persona, che ha condiviso con me un 'esperienza, se si ricorda di quell 'attimo e di quel vissuto, quella persona potrebbe rispondermi affermativamente o negativamente e, nel primo caso, la sua memoria, la sua percezione, la sua prospettiva sarebbe radicalmente diversa dalla mia proprio perché ognuno di noi è unico e differente dagli altri nella propria specificità. Talvolta un odore, un sapore, un immagine o un altro tipo di percezione sensoriale concepisce e determina il ricordo, il quale non è mai netto, nitido, ma sempre annebbiato, sfumato, inconsistente, evanescente. Perche' ricordiamo? Perchè la vita ci segna, ci colpisce, ci traumatizza istante dopo istante, positivamente o negativamente. La memoria e la rimozione si amalgamano e si intrecciano con meccanismi costanti e maturi di difesa. Il ricordo puòsuscitare umorismo e positività. Altre volte può suscitare nostalgia. Altre volte celebrazione o esaltazione. Altre volte consente di tornare un po' piu' giovani o addirittura bambini. Altre volte può suscitare dolore e sofferenza. Altre volte rimorsi e rimpianti. Il ricordo è un'arma a doppio taglio. Consente da un lato di sfruttare l 'esperienza per affrontare il futuro, dall' altro lato potrebbe bloccare, fermare, frapporre un ostacolo al vissuto futuro stesso e far perdere il contatto con la realtà; potrebbe, in altri termini determinare ossessioni e regressioni . Ad ogni modo i ricordi fanno parte della vita e come la vita vale la pena di essere vissuta anche la memoria, di ferro o labile che sia, vuole il suo spazio ed il suo tempo.

Tigrotto75

Signor Salvatore



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Che le parole sono importanti non c’è bisogno che ce lo ricordi il film di Nanni Moretti, e che vengano da lontano non c'è bisogno che i dizionari ce lo rammentino, indicando una parola come arcaica, o di derivazione greca, oppure latina accanto alla definizione italiana scritta in grassetto.

Eppure capita che una parola vecchia, lontana, lontanissima, come il greco “therapeia”, confluita poi per strani versi più culturali che linguistici nel latino “cura” e nell’italiano “la cura” e da qui “curare” e “prendersi cura”; si scopra sotto una nuova veste. Insomma, che riscopra in sé un quarto senso, in un ambito ristretto per un uomo soltanto o forse qualcuno in più. Per chi, come dire, vi è venuto in contatto.

Io sono stato sempre, da che ne ricordo, un appassionato di informatica e programmazione. Ci sono tante storie che riguardano programmatori, hacker, ingegneri che ho letto e conosciuto e che mi hanno colpito, fatto riflettere e pensare.

Eppure nel 2012 (non ricordo quanti anni avessi, lascio i calcoli ai bravi matematici) sono stato testimone silenzioso di un fatto straordinario.

Sì, nel 2012, Salvatore Iaconesi, hacker e artista digitale italiano, si ammala di tumore al cervello e viene dato per malato terminale dai medici che lo visitano.

Una diagnosi funesta, per molti l’ultima, chiusa in un dischetto di una TAC al cranio e nelle cartelle cliniche erogate dai vari sanitari durante il periodo in cui noi tutti credo, avremmo cercato una “cura”, o ci saremmo abbandonati al fato.

Salvatore Iaconesi, per quanto noi testimoni lontani e vicini possiamo sapere, non sceglie né l'una né l'altra.

Jean-Paul Sartre, avrebbe detto: quando una via non c’è, la si inventa.

E forse per questo Salvatore, decide di hackerare la sua cartella clinica e la rende pubblica, ne estrae le immagini e le carica su un suo sito, chiamato “La Cura”, ancora oggi visitabile, dove tutti gli utenti potevano ed erano invitati a pubblicare qualsiasi tipo di contenuto: fossero essi immagini, disegni, poesie, consigli medici professionali o altrimenti solo pensieri, purchè contribuiscono a quella che lui chiamava "La Cura”.

Si, perchè prima si parlava di parole, e non se ne parlava a caso: “cura”, “therapeia”: sono parole intransitive in latino e in greco, e non significano come in italiano curare (una malattia), curare (un paziente). Questi sono portati ribaltati, significati forse di una società in cui la sanità e la cura sono un business, e i pazienti sono complementi oggetti paganti (anche se fortunatamente esiste ancora in Italia una sanità pubblica). Le etimologie originali invece, indicano piuttosto, come accade in inglese per la differenza tra “to cure” e “to care”, il prendersi cura di qualcuno, l’interessarsi a, o di qualcosa.

La storia continua: Salvatore si opererà anche grazie alle consulenze mediche dal progetto “La Cura” e vivrà fino al 2022 quando “il nostro tumore”, come veniva chiamato dai partecipanti e dalla moglie di Iaconesi, purtroppo troverà un recidiva importante. Lui ci teneva sempre a specificare che la medicina si fa in ospedale, che non cercava cure miracolose o mirabolanti.

Eppure credo volesse in qualche modo testimoniare col suo corpo, quanto di più reale ci possa essere, e far ritornare alla sua origine il concetto di cura, quello di essere insieme e quello di essere malati.

E in qualche modo insegnarci, credo, che insieme le cose si possono cambiare; affrontare e vivere in maniera non solo diversa, ma diametralmente opposta, alle volte, a quello che ci sembrano.

Una malattia mortale può diventare un spunto per vivere. Un disagio può diventare una risorsa, paradossalmente quasi una cosa bella nella sua tragedia.

E ridefinire da dentro, il concetto profondo di bellezza.

Forse è blasfemo da dire, ma se un tumore inspira un quadro o una poesia, non sarà meno negativo, certo, ma avrà creato e dato senso. Avrà un senso. Perché una malattia non va solo debellata, e non è importante solo se la si può debellare o no. È parte della vita, e per quanto possa essere considerata una sfortuna, una tragedia, o un dolore, non c’è alternativa a viverla. Insomma non si sceglie, si sceglie (nei limiti) come la si affronta e la si vive.

E se Salvatore ha fatto del suo male oscuro (la malattia che si tiene spesso più privata) un atto e un moto pubblico, non solo di fiducia nel prossimo e nella sua “therapeia”, ma anche sicuro del suo amore di ritorno; io credo che questo ci possa insegnare che La Cura, quella insieme, quella di condividere il dolore, il donarlo a chi lo riceve, l'amarlo e il trasformarlo per chi se ne deve curare, non vanno a sminuire l’importanza e la mole del soffrire: ma quel macigno gigantesco, lo possono cambiare. Lo possono affrontare, ci possono aiutare a spingerlo fino in cima alla scarpata, nonostante per gettarlo nell’abisso ci voglia il nostro braccio e il nostro consenso espresso.

Ecco, che le persone hanno un potere, quando stanno assieme. Che a volte è funesto, a volte un magico potere di salute e di bene.

Ed è vero che non siamo dei santoni, non possiamo insieme far sparire un tumore o ridare le gambe a chi non può camminare.

Ma come direbbero i greci e i latini, beh, intransitivamente: “Lo possiamo curare”.


iononquadro