venerdì 12 luglio 2024

L'arbitro Taylor e la volontarietà dei falli!

Salve a tutti e tutte dal vostro insondabile Fantozzi ragionier Ugo! Quest'oggi scrivo a proposito di tematiche calcistiche dato che sto seguendo gli europei e ho assistito come tanti altri alla ignobile figuraccia dell'Italia... Ma non è di questo che vorrei parlarvi! Da qualche tempo è stata introdotta una notevole innovazione nel calcio professionistico, ed è il var, ossia la moviola in campo come voleva il povero Biscardi. In caso di evidente errore dell'arbitro, l'arbitro ha la facoltà di andare a rivedere le immagini a bordocampo e può cambiare la sua decisione, assegnando o togliendo rigori e questioni così di una certa importanza. L'introduzione del var ha migliorato notevolmente la situazione arbitrale perché il giudizio degli arbitri è diventato meno soggettivo e più oggettivo. Ma a questo punto cominciano le esagerazioni, perché alcuni arbitri ogni volta che vengono richiamati dal var concedono quasi automaticamente un rigore. Ma ci sono casi particolari nei quali anche un criterio oggettivo non è sufficiente, casi in cui il giudizio dell'essere umano rimane imprescindibile, e proprio questo si vede nel caso di un fallo di mano involontario. Per giudicare la volontarietà di un fallo mai nessuna macchina sarà utile, ci vorrà sempre il giudizio umano, un arbitro in campo in carne ed ossa. E a questo punto devo spezzare una lancia in favore dell'arbitro Taylor, nonostante io sia tifoso della Roma e nonostante quasi tutti dicono che in Spagna Germania l'arbitro Taylor ha sbagliato e non ha dato un rigore che c'era, a me come prima impressione è sembrato che Cucurella non ha fatto apposta a toccare la palla con la mano, e poco importa se il braccio è attaccato al corpo oppure no!


Fantozzi ragionier Ugo

SHUKRAN


 


Di recente ho visto il film “Shukran” al cinema Adriano e ho pensato di farne una recensione.Arriva al cinema per soli 3 giorni (8, 9 e 10 luglio) grazie a Eagle Pictures il film Shukran,che il regista Pietro Malegori alla sua opera prima ha tratto dall’omonimo libro di GiovanniTerzi, edito da Piemme Mondadori. Basato su una storia vera, il film Shukran ci porta nellaSiria dilaniata dalla guerra civile. Nel 2011 il popolo siriano insorge contro il regime diAssad. Damasco, sotto il controllo del governo, resiste agli attacchi alle porte della città. Ildottor Taher Haider è un cardiochirurgo infantile totalmente dedito al suo lavoro in ospedale. Quando suo fratello Ali muore in un attentato terroristico mentre presta soccorso alle vittime di guerra in una delle zone più colpite del paese, Taher decide di esaudire l’ultima richiesta fattagli la sera prima di morire: trovare e salvare un bambino malato di nome Mohamed. Quando, durante il viaggio attraverso una Siria dilaniata dagli scontri, Taher scopre che il bambino è il figlio del terrorista che ha ucciso suo fratello, si troverà di fronte alla scelta più difficile della sua vita e dovrà mettere in discussione tutto quello in cui ha sempre creduto. “Shukran”, in arabo “grazie”, è un film ispirato alla storia vera di un cardiochirurgo siriano che si trova a dover operare il figlio del terrorista che gli ha ucciso il fratello, ha raccontato Malegori. Sono rimasto colpito dal suo potenziale e dai diversi livelli di lettura presenti nella storia. “Shukran” racconta innanzitutto la storia di un uomo che si confronta con il suo passato. A un secondo livello, è un “war movie” che, attraverso il conflitto siriano, solleva questioni etiche proprie di ogni essere umano: il valore della vita al di là dell’ideologia, il confine tra giusto e sbagliato, il dissidio tra sentimento e dovere. È fondamentale gettare luce su un conflitto come quello siriano di cui il pubblico sa poco, ma che è sempre vivo e che si inserisce all’interno di un quadro complesso come quello del Medio Oriente il quale, come stiamo vedendo, non si sopisce mai davvero.


Blue Jacket

Ma dov'è finito il mio fratellino?




Buonasera a tutti e tutte. Oggi il vostro inmandrakabile Buio Totale vi racconterà una leggenda...che di leggenda ha ben poco. Essì, perché si parla di un mostro che vive in tutte le nostre case indipendentemente da chi siano abitate...se da persone single come me o sposate con figli, dal momento che si acquista questo elettrodomestico, lui alberga silenziosamente lì dentro, ecome un serpente sa quando attaccare. Il mostro dei calzini spaiati. Ebbene sì esiste questa specie di "Venom" ghiotto di calziniche colpisce ogni lavaggio mangiandosene uno per volta e lasciando così, il vecchio amico di avventure a piangere il proprio fratellino finché non ne trova un altro...che nn è detto neanche che si stiano simpatici...tra le altre cose...e poiun giornoquando vede che si sono affezionati mangia anche l'altro. E la storia si ripete. Insomma, per questi poveri calzini a quanto pare non c'è pace... e sinceramente neanche per noi padroni che ci parte un capitale tutte le volte per ricomprarceli. Anche se...io personalmente ormai mi sono abituato alla disuguaglianza e francamente li trovo anche molto carini.
Inmandrakabilmente Vostro
Buio Totale

venerdì 5 luglio 2024

Il centro diurno va al parco

Mamma mia che robba!! Il 21 giugno del 2024 il centro diurno è uscito ed è andato al parco. Bravo!! Per la precisione il centro diurno di via Sabotino, uno dei tanti centri diurni che "popolano"  (frequentato dal vostro nonnino), si è recato al parco Lombardi per partecipare alla festa della musica. Du robbe!! Insieme al centro diurno c'erano anche gli amici di via Plava anche loro al parco. Nonostante la festa iniziasse alle ore 18 faceva caldo, molto caldo e c'era un pò di tensione nell'aria, dovuta alle emozioni di chi si esibiva sul palco. E già!! Alcuni di noi, per la precisione quelli del laboratorio di coro e l'orchestra improvvisata si esibivano sul palco del parco. anche io vostro nonnino si è esibito. Non preoccupatevi, i presenti sono tutti sopravvissuti a questo evento, e nonostante il caldo tutto sommato è andata bene! Ne hanno risentito un pò le orecchie e gli occhi, ma si è trattato di un risentimento momentaneo. A parte le pinzillacchere, volevo dire che il centro diurno al parco è stata una bella cosa sia per il centro diurno ed anche per il parco. Chissà se non sia possibile ripetere questo evento, io lo dico soprattutto per il parco, perché grazie ai nostri interventi canori, le piante e i fiori presenti nel parco cresceranno belli e rigogliosi.

Nonno Elpho   

Una parte delle cose

Piccole parolacce escluse, che spero di poter dire in questa sede senza offesa per i lettori, qui si parla di una mattina assolata, eppure visceralmente assonnata e che, se fosse stata in me, non sarebbe divenuta mattina, ma bensì un'alba coperta in un letto di nuvole e lana. Un'alba che indugia a svegliarsi, fra i teli del letto e il morbido dei sogni non ancora divenuti ricordi. Certo il sole oggi piove spiovente, sulle finestre della mia casa esposta verso una luce di ghiaccio, che faccia o non faccia piacere, comunque presente e tangente.

Mia madre neanche alzato, mi offre di leggere un vecchio giornale di ieri, stagionato come certi formaggi puzzoni. Già colorato di ditate d'inchiostri lontanissimi, già sbiadito a tutti i bordi se ancora c'è ne sono di intellegibili, e stropicciato in tutti i punti possibili, come anche colorato di immagini e arcobaleni poco cromatici, ma comunque non gioviali né felici.

Un giornale dei soliti, solidi giornali seriosi dei nostri tempi insomma, dove mia mamma ravvede un articolo interessante, pare. O così dice.

C'è un ragazzo, un designer, un appassionato di rock underground di Roma (e tutto nella stessa persona), di cui nessuno conosce l'identità manifesta, e che crea delle magliette bizzarre, decorate con scritte, mi dice, la signora mamma. Mi allunga il quotidiano alla presa della mano. Io sono seduto sul bordo di un letto morbido e scusatemi, davvero, se ho appena lasciato il cuscino e voi forse non credo. Ma una giornata pesante mi aspetta, di là al varco con la porta d'ingresso e ho poca voglia di fare un sorriso sincero. Eppure sorrido. Sorrido.

Lì per lì, mi interessa un po' poco il giornale. 

Ho da fare. Vedo le immagini come i bambini che leggono i libri tramite le foto, i diagrammi e le mappe del tesoro tra le pagine.

Queste magliette nelle foto del giornale hanno scritto "Merda" nello spazio sul petto. Davvero.

Lì per lì non le capisco.

Vado avanti nel giorno e ci penso come un pensiero distante, presente ma mai preponderante. Come un seminterrato. Come la cantina di un ricordo lontano. Ricordo allora il celebre linguista Tolkien. Si dice considerasse la parola inglese cellardoor (porta della cantina) come una delle più belle e musicali della sua lingua natia. Vorrei una porta musicale pure io, per ritrovare tante cose che ho dimenticato. Come fossero le mie Madeleine, il dolce che Proust mangiava nella Recherche e che gli faceva tornare le emozioni alla memoria più viva. Un po' perché sono uno scordarello, un po' dalla mente digestiva (come ogni bambino nascosto dietro l'apparenza di un'età non più bambina), e un po' perché ho una golosità rinomata e una memoria affamata (che solo quando assaggia qualcosa la sente già vissuta).

Come gli insetti, e la campagna quando si era bambini e si correva e si urlava sempre, perché non avevamo altri modi di essere vivi. Di essere emozioni locomotrici di emozioni.

O altri sorrisi e pianti, se non quelli che lanciavamo ai quattro venti. 

Ci sono abbracci e tanti momenti scomparsi, oggi, fra questi. Perduti nei meandri di ciò che è successo e non abbiamo avuto la cura di accudire nei ricordi. Nelle cantine, o che le nonne non ci hanno insegnato ad imbrigliare nelle ricette dei dolci.

Cose che non sappiamo di essere oggi.

Eppure le siamo. Sottotraccia.

Forse per questo quel pensiero di quelle magliette mi ossessiona, mi accompagna, come una sposa, da questa mattina?

E cosa mi racconta?

A sera, dopo una giornata campale, di guerre che sono andate misteriosamente bene e di sconfitte annunciate, di sorrisi e di volti incomprensibili, di firme e strette di mano; mentre silenziose le ore si fanno fatiche per i tendini, i muscoli e le ossa della schiena e quasi è disperata la ricerca di una pennichella stesi a letto: quasi come un bisogno fisiologico, il rigurgito di tutto il pensiero del giorno, ha bisogno di trovare un foglio.

Ora vorrei leggerlo, ma non ritrovo più il giornale. È come sparito fra le cose consuete, ovvie e calorose della casa.

E quante piccole cose, incastri e meccanismi mancati che sono le cose vive. Le cose vere di una vita che a tratti si vive, e a tratti si conquista con infinite fatiche, e amore.

Perché l'amore è costruzione, ma questo è un altro pensiero, su cui qui non mi dilungo.

Le cose vere della vita, le cose piccole e grandi come esistere, come essere noi. Puzzoni come i giornali vecchi, sgualciti, ma pieni di contenuti preziosi e inestimabili.

Nascono tutte dai concimi più impensabili e insperati.

Per questo ripenso a De André, a una delle sue canzoni, che diceva: “Dalla merda nascono i fiori, dai diamanti non nasce niente”

Quella maglietta, sulle pagine di un giornale sgualcito, deve aver colpito in qualche modo il mio intimo. Suscitato un pensiero profondo.

Deve aver creato mondo.

Perché spesso ho giudicato me stesso: io non ero abbastanza simile ad un diamante. È difficile da spiegare diversamente: io mi credevo degno d'amore solo nella perfezione, nell’aderenza ad un ideale.

Ciò non è cambiato, non cambia dall'oggi al domani. Queste sono cose difficili, ovviamente.

Ma silenziosamente, come la moglie d'Ulisse tutta questa giornata scioglie il telaio, e una parte dell'ordito del mio animo.

Se lo tesserà diverso in futuro è motivo di preoccupazione e pensiero curioso nel mio cuore.

Riuscirò a cambiare, a stare meglio, a stare bene?

A capire, che il diamante è sterile, mentre il concime vive.

Questa storia di una maglietta con la scritta Merda sul giornale non è che un seme. Uno dei semi della mia pianta e del mio fiore. Non a caso forse, si dice anche “un pensiero seminale”?

Che sono le farfalle a scatenare gli uragani con le ali, e che le valanghe, possono partire da un suono troppo forte che scuote le loro nevi?

Se vi piace, una maglietta con su scritto Merda, la potrei anche comprare.

Ma l'abito non fa il monaco, e anche questo fa parte delle cose, quelle vere…


iononquadro

Fantozzi alle prese con il bluff nel poker!

Salve a tutti e a tutte dal vostro disincantabile Fantozzi ragionier Ugo! Oggi torno a parlare di un argomento un po' controverso per alcuni, tipo Nonno Elpho, ma fortunatamente non per tutti! Nonno Elpho mi dà del plutocrate perché amo vantarmi dei risultati che ottengo a poker e in effetti non va male, dato che ho raggiunto un miliardo e trecento milioni... Tranquilli, di fiches! Di fiches, non di euro, magari...! Negli ultimi mesi sono riuscito a trovare delle risposte alle domande che mi ponevo nei precedenti articoli, e precisamente circa il sesto e il settimo livello. Mi chiedevo che comporta giocare a poker con amore e la riposta è la capacità di leggere gli avversari, di intuire grosso modo il punto che hanno in mano, e infatti io ormai al sesto livello mi trovo bene, mi sono piuttosto abituato e molto spesso vinco e incremento il mio "capitale" con grande scorno di Nonno Elpho! Invece attualmente ho un atteggiamento opposto verso il settimo livello: dato che la settima dimensione dell'essere umano è lo spirito, come si gioca a poker in modo spiritoso? La risposta è bluffando, cercando di mandare in tilt la lettura degli avversari del proprio punto. Insomma il settimo livello è il regno del bluff, e io sto timidamente, con cautela, muovendo i primi passi e sempre cercando di evitare i pesci più grossi di me, finché ho un miliardo e rotti evito di giocare con quelli che hanno due miliardi o più. La mia "regola" del 5% viene pienamente rispettata perché al settimo livello si gioca con 50 milioni a botta, e io ho più di un miliardo (il 5% di un miliardo è proprio 50 milioni). Comunque quello che va assolutamente evitato, una volta che si diventa miliardari, è accettare sfide 1 contro 1 e rischiare così di perdere tutto, capita a molti...

Fantozzi ragionier Ugo

Un'esperienza inaspettata

Da un po' di tempo la vita mi sta riservando qualcosa di totalmente inaspettato fino a non molto tempo fa. Fino a quella che era stata la mia vita prima di un certo giorno dello scorso anno. Un giorno che, per l'appunto, mi ha fatto vivere un'esperienza che mi ha cambiato profondamente. Qualcosa di meraviglioso, anzi di unico e soprattutto, di indimenticabile. 

Parlo così perché da ciò non si può rimanere quello che si è. 

Lavorare con i bambini si è rivelato molto diverso da quello che mi aspettavo. Mi aspettavo infatti di doverli solamente sopportare, anzi subire. Subire i loro capricci, le loro urla, i danni che avrebbero potuto fare in ogni momento, ovunque. E poi pulirli, cambiarli, sporcarmi anche io. Insomma una cosa che pensavo di odiare e che così sarebbe stato. Invece... invece nulla di tutto questo, o quasi. Per non essere ipocriti. L'esperienza di lavoro con un bambino è tutt'altro. Essa ti dà e non ti toglie; ti regala e non ti ruba; ti offre e non ti chiede. Un bambino non ti chiede di portare pazienza per i suoi capricci ma ti dà la possibilità di osservarlo per imparare; non ti chiede di perdere il tuo tempo con lui ma di dedicare un po' di esso per lui; non ti chiede di badare a lui ma ti offre la possibilità di vivere un'esperienza meravigliosa da portarti a casa e tenerla stretta per sempre; non ti chiede di portargli un regalo ma di regalargli un po' del tuo affetto, il quale sarebbe sicuramente ricambiato. 

Nella mia ultima esperienza di lavoro, ad una festa di compleanno di un bimbo che ha compiuto tre anni, una bambina di cinque anni si era attaccata molto a me. Piano piano ha preso coraggio, confidenza e si è avvicinata. Da quel momento non voleva più staccarsi. Voleva che le gonfiassi i palloncini senza legarli per poi divertirsi a vederli volar via dappertutto. All'improvviso è venuta a sedersi sulle mie ginocchia e a saltare. Poi si è seduta accanto, appoggiando la sua testa su di me. Per qualche motivo suo, mi è parso evidente che si era molto affezionata. Nel momento in cui me ne stavo andando via, non voleva più lasciarmi andare e mi tirava per non separarsi da me. Allora nell'attesa di salutare il festeggiato, mi sono andato a sedere sul divano, lei si è subito seduta vicino a me, attaccata più che mai senza lasciarmi neanche la possibilità di muovere il braccio, trasmettendomi quell'affetto spontaneo che ho scoperto solo i bambini possono darti. Ho però poi dovuto salutarla.

Tutto questo per me è stato fonte di inimmaginabile gioia.


White Cosmos